Un giorno di scuola con Vittorio Foa

La prima (e credo l’ultima) volta che ho incontrato Vittorio Foa ero al Liceo, a Molfetta. La scuola aveva organizzato un’iniziativa sulla Costituzione per gli studenti, al cinema Odeon, ed io mi ero disposta all’evento con serietà, immaginando di partecipare ad un’iniziativa, magari interessante, ma un po’ imbalsamata e conformista come spesso sono gli eventi che dovrebbero raccontare la storia recente della nostra Repubblica ai ragazzi. Ovviamente, prima di quel momento, non avevo idea di chi fosse Vittorio Foa. Rimasi folgorata dall’incontro con quella persona. Da allora non ho mai smesso di leggere e ascoltare i suoi interventi. Era la prima volta che una persona anziana – fatta eccezione per mio nonno – e di tale autorevolezza si rivolgeva a noi ragazzi con tanta fiducia e con nessuna postura didascalica. Quell’incontro mi ha trasmesso il senso della connessione tra la politica e la speranza, parola che raramente ha cittadinanza nel lessico politico della sinistra. E la fiducia nelle giovani generazioni, fuori da ogni luogo comune sul “disimpegno dei giovani di oggi”.

D’altro canto Foa, come altri “padri” costituenti ha conosciuto il carcere a 25 anni ed è stato eletto all’assemblea Costituente a 35. Più che un padre un fratello, cosa che ci dovrebbe far riflettere su quanto poco facciano affidamento sul contributo dei giovani le istituzioni e i luoghi della politica, oggi.

Negli ultimi anni ho molto condiviso la riflessione di Foa sulla “irrilevanza del linguaggio” nel discorso pubblico, ritenendo che parte importante dell’attuale crisi della sinistra abbia a che fare con una crisi dei significati, di cui le parole sono traghettatrici.

Spero che la mia generazione abbia modo di ripagare il credito di fiducia che tanto mi confortò quel giorno di scuola di tanti anni fa.