Stagflazione: la necessità di ri-progettare il paese

L’aspetto più inquietante della situazione economica è la prospettiva di una bassa crescita con una inflazione alta. Il sistema economico mondiale, in particolare europeo e statunitense, rischia di trovarsi in una fase che impegna duramente le politiche pubbliche. La parola che nessuno vuole pronunciare è stagflazione, una malattia difficile. Non si tratta solo di ridurre lo spread tra l’inflazione e la crescita, piuttosto di trovare, cercare e indagare le migliori politiche pubbliche per attutire l’impatto della stagflazione. Ben altro che pareggio di bilancio, riduzione delle tasse, liberalizzazione dei mercati e privatizzazioni. In qualche modo tutti i programmi rimuovono lo scenario plausibile della stagflazione e continuano a proporre politiche difensive e mai di struttura. La stessa ipotesi di aumentare i salari attraverso il fisco è una misura difensiva che non potrà modificare la struttura del Paese.

La stagflazione, spesso, coincide con l’inevitabile trasformazione del tessuto produttivo, relazionale e sociale. È probabile che la crisi che attraverserà l’Europa e gli Stati Uniti modificherà i processi accumulativi in cui il pubblico avrà un ruolo rilevante. Gli Usa hanno già avviato questa controtendenza con la riduzione dei tassi di interesse e con una operazione d’alleggerimento fiscale. L’Europa è ancora ferma, ma i segnali politici sono quelli di una difficoltà riconosciuta da tutti che, però, non ha ancora una risposta condivisa.

Nel dibattito politico italiano pochi evidenziano che la stagflazione impone una rivisitazione dell’agibilità della macchina pubblica, una trasformazione profonda del tessuto produttivo e una oggettiva difficoltà nel comprimere la spesa pubblica. L’idea di governare il processo di trasformazione spaventa molti, ancorché tutti sappiano che sarà inevitabile, soprattutto per l’Italia che da 15 anni cresce meno della media europea. Governare i processi di trasformazione del tessuto produttivo unitamente alla realizzazione dei «diritti presi sul serio» sono un orizzonte che necessita di un aggiornamento di una parte della teoria «pubblica» e della politica.

Indipendentemente dalla sensibilità dei protagonisti sulle singole questioni, quello che è in gioco è la natura e la funzione del bilancio pubblico. Sostanzialmente si rimuove la natura storica dello stesso intervento statale, ovvero la sua crescita in ragione dell’aumento della complessità del sistema economico. Occorre una politica economica europea piegata sulla conoscenza per guidare il necessario e inevitabile processo di trasformazione del sistema economico legato alla stagflazione. Questo si chiama «federalismo…verso l’alto» Si tratta di ri-modificare gli obbiettivi della finanza pubblica. L’economia pubblica e la sua capacità di spesa diventa protagonista, non tanto nella sua dimensione finanziaria, piuttosto per le implicazioni di ordine macroeconomico ed «etico». L’economia deve uscire dal solco della «triste scienza».

Spesso si discute di fisco come se la struttura e l’organizzazione della società fosse estranea al sistema economico e ai principi maturati nel corso dell’ultimo secolo. Nel dibattito c’è troppa «approssimazione». Pochi ricordano che sono le spese pubbliche, fiscalmente finanziate, e l’erogazione di beni di merito che permettono, più di altre misure, la crescita reale del reddito disponibile dei cittadini. In qualche modo i diritti positivi, cioè i servizi per tutti senza nessuna «corresponsione» individuale, hanno permesso lo sviluppo dell’attuale organizzazione economica. L’alta pressione fiscale non è estranea al pensiero liberale, piuttosto è funzionale agli obiettivi che una società moderna vuole darsi. Semmai occorre aggiornare e reinterpretare le migliori teorie di economia pubblica alla luce del mutamento tecnologico che investe il lavoro, la società e lo sviluppo.

Ma questa sfida di struttura, quanto mai necessaria con l’incipiente stagflazione, è rimossa. La dura realtà dei problemi probabilmente riproporrà questa dimensione. Speriamo non sia troppo tardi.

di Roberto Romano e Cristina Tajani

Il Manifesto – Martedì 11 marzo 2008