Milano, una storia personale

Milano sembra frastornata in questa giornata post elettorale. Frastornata dopo la concitazione che ha accompagnato lo spoglio di ieri e poi la festa per il nuovo sindaco. In queste ore di passaggio tra una fase e l’altra di storia della città, ripenso alla città che ho conosciuto nei miei quattordici anni da “milanese”.

Sono arrivata nel settembre del 1997 ed era una giornata calda, umida e senza sole come a volte capita a Milano. Una luce così diversa da quella che avevo conosciuto nella mia Puglia dove, anche quando piove, il cielo non è mai uniforme. Avevo diciotto anni, una maturità classica in tasca, tanta paura e tante aspettative per la nuova vita da studentessa di economia fuori sede.

 

“Prendo la laurea e torno”, pensavo nei momenti di solitudine e sconforto. Tanti, soprattutto nei primi tempi. Ma qualcosa già mi diceva che difficilmente le cose sarebbero andate così. Sono circa 150 mila all’anno i giovani diplomati e laureati che abbandonano le regioni del mezzogiorno per andare a studiare e lavorare al nord o all’estero. Nell’ultimo decennio, come sanno i sociologi ed i demografi, le migrazioni interne sono riprese con ritmi impressionanti. Milano è sempre stata una meta per i pugliesi in cerca di lavoro. A nessuno che lo volesse ha negato possibilità e integrazione. Milano è anche una città che nasconde le sue bellezze, i luoghi di maggior fascino, la generosità discreta e mai ostentata. Così si impara ad amarla poco per volta, conoscendola. Ed io, pugliese per sorte, sono diventata milanese per scelta.

Poi però la mia prospettiva è cambiata. È successo poco per vola negli ultimi anni. Io, immigrata a Milano, ho cominciato a veder partire amici, compagni di studi, di lavoro, di ricerca. Soprattutto tanti giovani ricercatori e ricercatrici: verso Londra, verso Parigi, ma anche verso la Spagna ed il Portogallo. Milano ha cominciato a non saper trattenere più le intelligenze dei giovani, forse le migliori. Complice una politica sciagurata di tagli all’università ed alla ricerca, la città dei sette atenei respinge i tanti che lavorano nel mondo della ricerca e dell’innovazione. Studenti ne arrivano ancora, ma come per una tappa verso altre mete. Milano metropoli del mondo, Milano che si appresta a diventare meta dei flussi globali dell’Expo non è più in grado di trattenere i “suoi” giovani ed è spaventata da quelli che arrivano dall’altra sponda del Mediterraneo. Milano ad un certo punto ha smarrito la sua vocazione, ha cominciato ad aver paura ed è invecchiata.

Durante questo fine settimana di ballottaggi ho sentito tanti amici, tutti giovani, che si sono messi in viaggio da diverse città d’Europa per venire a votare e darsi una possibilità di ritorno.

Milano ha bisogno di inaugurare una nuova fase e tornare ad essere quella città aperta, ricca di possibilità e di differenze che ho imparato ad amare. Si tratta di scelte e non di destino. E questo è il compito della politica. E questo è quello che spero possa fare il nuovo sindaco e la sua maggioranza.

Non voglio dover partire ancora.

Buon lavoro, Giuliano!