Universita' di Milano
Tolleranza, lavoro, ricerca: la rivoluzione di Cristina Stampa E-mail
Scritto da Cristina Tajani   
Venerdì 08 Luglio 2011 07:02

Intervista a D.it di Repubblica, 7 luglio 2011

Cristina Tajani, è la ricercatrice trentenne a cui il neo sindaco Giuliano Pisapia ha affidato l’assessorato alle politiche per il lavoro, lo sviluppo economico, l’università e la ricerca di Milano. Qui ci spiega perché la crescita economica della città dipende dalla sua tolleranza

di Giovanni Molaschi

Prima dell’inizio dell’Expo 2015 Milano dovrà coniugare i cantieri aperti per l’esposizione universale alla "città invisibile" che ha decretato la vittoria del sindaco Giuliano Pisapia. La collimazione tra le due anime urbane spetta a Cristina Tajani, ricercatrice trentenne a cui il neo sindaco ha affidato l’assessorato che dovrà occuparsi delle politiche per il lavoro, lo sviluppo economico, l’università e la ricerca di Milano. “Le città”, scrive Italo Calvino nelle città invisibili,  “come i sogni sono costruite di desideri e di paure”. A D.it Cristina Tajani ha spiegato perché la crescita economica di Milano dipende dalla sua ritrovata tolleranza.

Cosa pensa degli scontri sulla Tav?
Io penso che non si sarebbe dovuti arrivare a questa situazione. Una grande opera di questo tipo non può essere calata sulla testa delle popolazioni che la devono ricevere. C’è bisogno di un lavoro preventivo di mediazione.

Bisogna fare la Tav?
Non sono in grado di entrare nel merito della vicenda specifica. So che ci sono molti studi e un grande dibattito.

Le grandi opere sono ancora necessarie?
Probabilmente sono strumenti che andavano bene in una certa epoca dello sviluppo economico del paese, quando appunto la densità di costruzione italiana non era ancora ai livelli che ha raggiunto oggi. Quando si parla di opere e di edilizia bisognerebbe adottare un’ottica diversa. L’opera mastodontica deve essere sostituita con tanti interventi architettonici e artistici più compatibili con la dimensione ambientale. Oggi le nostre città, Milano in particolare, sono densamente costruite. Questo non significa che bisogna fare interventi edilizi. Ma che probabilmente questi devono cambiare natura.

Oggi come si avvia lo sviluppo economico del paese?
Io credo che sia necessario costruire reti tra soggetti economici e imprese. Oggi, nel mercato globale, i soggetti economici che riescono a competere sono quelli che hanno la capacità di fare rete tra di loro. L’ente pubblico, il Comune nel nostro caso, ha più possibilità di farsi collettore di relazioni.

A proposito di reti, la giunta Pisapia è la prima in Italia che ha adottato un’agenda digitale.
Sicuramente la rete intesa come Internet è lo strumento più adatto a costruire relazioni tra i soggetti perché li rende più veloci. Quando si parla di infrastrutture generalmente si pensa alle autostrade e alle ferrovie. Oggi le infrastrutture sono sempre meno materiali. Lo sviluppo economico di un’area urbana passa molto dall’infrastrutturazione virtuale che quest’area riesce a darsi.

L’economista Irene Tinagli sostiene che i paesi crescono solo se sviluppano in contemporanea talento, tecnologia e tolleranza. Cosa manca a Milano?

Negli ultimi anni è mancata la tolleranza. Milano sembrava aver dismesso la sua vocazione di città accogliente, in grado di ospitare persone provenienti da altre parti d’Italia e del mondo. È diventata una città ripiegata su se stessa. La nuova amministrazione deve tornare ad investire sul terreno della tolleranza non soltanto per una questione di equità e di buon vivere tra persone provenienti da storie e condizioni differenti. La tolleranza, come sostiene appunto  Tinagli, è un fattore di sviluppo economico.

Milano ha dei talenti?
Talenti ce ne sono tanti. Il problema è che vanno via. Bisogna saperli trattenere. Io nella mia esperienza di ricercatrice universitaria ho visto andar via i colleghi migliori. La colpa non è di Milano. Mancano delle politiche nazionali valide. Le possibilità di rimane a fare ricerca in Italia, in ambito pubblico o privato, sono costantemente diminuite. Bisogna ritornare a investire in infrastrutture della conoscenza per trattenere queste persone che il sistema paese forma spendendo delle risorse ma del cui beneficio non riesce a godere.

Questa teoria è stata espressa anche da Mario Calabresi, direttore della Stampa, in “Chi tiene accese le stelle”. Cosa si deve fare per trattenere i cervelli in fuga?
A livello comunale qualcosa si può fare costruendo, ad esempio, una rete tra le agenzie di alta formazione che lavorano in città. Milano ha più di sette università e diversi centri di ricerca pubblici e privati. Bisogna capitalizzare la presenza degli studenti e dei ricercatori per trasformare l’università in un fattore di sviluppo economico. Negli ultimi anni Barcellona lo ha fatto, trasformandoo la sua vocazione universitaria attraverso degli investimenti mirati.

Lei è anche assessore delle politiche per il lavoro. Quali sono i suoi obiettivi?
Sto già lavorando alla delibera d’indirizzo che presenterò in giunta, in cui proporrò una attuazione unitaria delle mie deleghe. Il tema dell’università e della ricerca, quello dello sviluppo economico e del lavoro devono stare insieme. Non si può pensare a politiche separate per ciascuno degli argomenti. Ogni politica del lavoro deve essere misurata sul contesto di riferimento. Io proporrò che il Comune si candidi ad entrare come membro esterno nei Cda degli atenei milanesi, riformati dopo la legge Gelmini. Questo tentativo di mettere in rete i soggetti economici del territorio, tra cui le università, si può fare attraverso un’agenzia di sviluppo. Soltanto in un quadro così complesso si può pensare a politiche del lavoro mirate. Bisogna giocare d’anticipo.

Cosa farà per l’Expo?
Lavorerò affinché le opportunità che girano attorno a Expo siano di buona qualità, regolari non in nero, e che possibilmente possano produrre lasciti sul territorio. L’occupazione non deve essere soltanto contingente alla preparazione dell’evento. Nei mesi scorsi sono già stati sottoscritti dei protocolli d’intesa tra società Expo e le parti sociali, sindacati e imprese. Io credo che il Comune debba controllare che questi accordi siano rispettati.

 
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