| Politiche locali possibili per i rom di nuova immigrazione |
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| Scritto da Tommaso Vitale |
| Giovedì 29 Maggio 2008 00:00 |
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Come ragionare sulle politiche locali per i rom di recente immigrazione? In questo quadro si aprono enormi possibilità di intervento per politiche sociali e culturali da implementare per ridurre i pregiudizi, creare spazi di incontro, favorire l’interazione costruttiva e rispettosa, rendere esigibili i diritti fondamentali anche per rom e sinti. Per altro, seppure in un clima di forte ostilità anti-tsigana, diffusa e radicata, se è vero che in prima battuta un italiano su due pensa che la condizione degli “zingari” in Italia migliorerà solo quando rispetteranno le “nostre” leggi e smetteranno di chiedere l’elemosina, il 68% degli italiani propone soprattutto (il 30% ) o anche e parimenti (il 38% ) politiche di pubblica responsabilità per l’inclusione scolastica, abitativa e lavorativa. In altri termini, anche nella canea razzista e anti-tsigana del 2007, una buona base di consenso per investire in politiche sociali e culturali, era già presente. Vi sarebbero, perciò, le condizioni per estendere l’orizzonte temporale delle politiche per i rom e i sinti e darsi degli obiettivi ambiziosi di medio periodo, senza rimanere schiacciati dalle emergenze e resistendo all’attrazione sempre esercitata sul ceto politico dal ciclo degli sgomberi. Tuttavia, le politiche locali rivolte verso i rom e i sinti sembrano indifferenti alla ricerca di strade praticabili per migliorare le condizioni di vita di queste popolazioni, invertire le traiettorie di degrado, ridurre la conflittualità diffusa e contrastare effettivamente pratiche devianti di microcriminalità e piccola delinquenza. Sono politiche demagogiche, nella definizione che ne abbiamo dato in questo capitolo . Istituiscono un contesto di ostilità e avversione, in cui anche le alleanze fra attori anti-razzisti sono difficili e poco praticate (sia le coalizioni fra associazioni e movimenti solidaristici con i sindacati, sia le alleanze più ampie con alcune categorie socio-professionali quali operatori sociali, insegnanti, artisti, avvocati e non ultimo operatori della polizia locale e giornalisti) . In secondo luogo, diviene importante anche quella che potremmo definire una strategia “repubblicana”, di controllo da parte di autorità terze sull’operato delle amministrazioni locali. E’ il ruolo di denuncia e di sostegno che, ad esempio, può esercitare l’UNAR (l’Ufficio Nazionale Anti discriminazioni Razziali) istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità. A diversa scala, sono molte le agenzie preposte a monitorare (e, in alcuni casi, anche a sanzionare) il rispetto dei diritti fondamentali e lo stato di discriminazione delle minoranze. A titolo di esempio, si pensi al CERD (Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale), alla FRA (Agenzia per i Diritti Fondamentali dell'Unione Europea), all’ OHCHR (Alto Commissariato per i Diritti umani delle Nazioni Unite), o all’ECRI (Commissione Europea per la lotta contro il razzismo e l’intolleranza). Queste agenzie raccomandano e denunciano, e, perciò, se valorizzate dagli attori locali, possono contribuire ad attirare e indirizzare l’attenzione dei media. Possono, cioè, essere valorizzate per contribuire a orientare in senso non xenofobo le dinamiche dell’opinione pubblica. Inoltre, queste agenzie forniscono spesso supporto informativo e formativo ad attivisti e amministratori locali interessati a implementare politiche di contrasto all’esclusione delle popolazioni rom e sinte. In terzo luogo, ma non per questo meno importante, in un clima in cui l’opposizione razzista all’insediarsi di rom e sinti è così dura, dovrebbe essere dedicata molta intelligenza a negoziare e mediare con la popolazione maggioritaria residente le ragioni e le condizioni dell’accoglienza e degli insediamenti. Niente è impossibile: le politiche, quando implementate con cura e attenzione, sono capaci di invertire sentimenti di ostilità (Vitale, 2003). La ricerca ci aiuta e conforta in questa strada, dando prova di casi di successo sperimentati, e delle avvertenze metodologiche da adottare in questi processi di negoziazione e riconoscimento incrementale. Si tratta di avviare una vera e propria strategia deliberativa, capace di preparare un contesto positivo per il dibattito ed orientare la percezione dei gruppi tsigani fra gli abitanti e nei media locali (Richardson, 2008). Questo richiede di creare occasioni di incontro, di conoscenza e di socialità in comune, facendo leva sullo sport e sulla musica, creando cioè non solo occasioni di conoscenza e informazione, ma anche di sguardo reciproco e mutuale, di dialogo esperito. Uno strumento importante può essere quello di mostrare casi di buona (auto)gestione dei siti in cui già vivono dei gruppi tsigani. Certamente delle politiche volte a una buona comunicazione, in grado di creare chiari e semplici criteri per la selezione dei luoghi in cui insediare i gruppi rom e sinti “sono importanti per promuovere reazioni positive alle proposte, mentre al contrario una discussione poco gestita può minare i progetti di attribuzione” (ibidem) . Una strategia di promozione di occasioni deliberative richiede che la leadership politico - amministrativa (assessori, ma anche dirigenti della polizia, dei servizi scolastici e sanitari) investano per mediare i conflitti e non per “soffiare sulla cenere” e incrementare polarizzazioni e lacerazioni. Un punto è tuttavia ancor più importanza, non per ragioni generiche e astratte di valore, ma per garantire effettività ad una strategia deliberativa, e più in generale, a politiche di contrasto alle discriminazioni e alla segregazione. Questo capitolo, il caso studio da cui parte, mostra con evidenza come qualsiasi pratica negoziale e deliberativa che non abbia come soggetti di interlocuzione e negoziazione i rom stessi, nelle forme di rappresentanza che questi si danno in autonomia, non può avere efficacia. Tommaso Vitale è Ricercatore di Sociologia generale presso il Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove insegna Programmazione sociale e Sviluppo Locale e coordina il Gruppo di studio e ricerca sulle politiche locali per i rom e i sinti in Europa all’interno del Laboratorio di Sociologia dell’azione pubblica “Sui generis”. Ha pubblicato In nome di chi? Partecipazione e rappresentanza nelle mobilitazioni locali (FrancoAngeli, 2007), Le convenzioni del lavoro, il lavoro delle convenzioni (FrancoAngeli, 2007; con V. Borghi), Alla prova della violenza. Introduzione alla sociologia pragmatica dello stato (Editori Riuniti, 2008) e I rom e l’azione pubblica (Teti, 2008; con G. Bezzecchi e M. Pagani). |









