| Salari italiani appiattiti: la laurea vale 120 euro (ma non per i dirigenti) |
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| Scritto da Cristina Tajani |
| Venerdì 09 Maggio 2008 00:00 |
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La crescita fiacca dei salari italiani (tra le peggiori in Europa) e il basso differenziale salariale legato all'istruzione sono tra i dati più significativi, sebbene non nuovi, presentati ieri nel Rapporto Unioncamere sullo stato dell'economia italiana nel 2008. Si tratta di dati che meritano un'interpretazione meno sbrigativa di quella fornita usualmente, soprattutto alla luce delle previsioni, contenute nello stesso rapporto, in materia di crescita economica, dinamica degli investimenti e occupazione. Secondo Unioncamere, infatti, il Pil italiano crescerà di appena lo 0,5% quest'anno (con un +0,6/0,7% al Centro-Nord e un +0,1% al Sud) mentre le imprese prevedono per il 2008 un incremento dell'occupazione dipendente intorno all'1% (pari a 100-110 mila nuovi posti di lavoro). L'occupazione aumenterà, dunque, ad un tasso doppio rispetto alla crescita economica confermando il singolare trend di "occupazione senza crescita" che ha caratterizzato l'ultimo decennio. A ciò va aggiunto l'incremento atteso negli investimenti fissi lordi pari allo 0,8%: dato giudicato "deludente" nel Rapporto, ma (a differenza del dato sulla crescita economica) del tutto omogeneo con il trend europeo. Si tratta di una spiegazione soddisfacente? Il basso "premio all'istruzione" in termini di differenziale salariale è un dato noto da tempo a sociologi ed economisti del lavoro insieme alla scarsa mobilità sociale legata all'istruzione (tornano a laurearsi i figli dei laureati…) le cui ragioni, però, non sono riducibili a un fatto solo culturale (si valorizza poco il cosiddetto "merito"). Almeno un paio di osservazioni di ordine economico possono esserci di aiuto: i lavoratori altamente qualificati sono spesso sottoutilizzati da un tessuto produttivo non qualificato. Questo si traduce in un mancato riconoscimento salariale dei livelli di istruzione medio-alti che spiegherebbe in parte lo scarso differenziale salariale rispetto ai lavoratori meno scolarizzati. Inoltre sappiamo da tempo che la percentuale maggiore di contratti a tempo determinato si registra tra i lavoratori diplomati e laureati (e nel settore dei servizi) e sappiamo che a parità di altre condizioni (anzianità, settore produttivo, ecc…) i lavoratori atipici guadagnano fino al 15% in meno dei colleghi stabili. Si tratta di un argomento spesso evocato per spiegare la peggiore dinamica salariale d'Europa. Sarebbe, però, utile interrogarsi sulle cause della bassa produttività italiana. L’Istat ha recentemente pubblicato le serie storiche delle misure di produttività in Italia dal 1980 al 2006. Da questi dati si evince come il contributo del capitale alla crescita della produttività del lavoro si sia mantenuto basso in tutto il periodo considerato. Il contributo del capitale hi-tech è poi di poco distante dallo zero. A meno che non si pensi che la produttività del lavoro si possa aumentare attraverso l’intensificazione dei ritmi e la dilatazione dei tempi di lavoro bisognerà ammettere che siamo in presenza di un problema di investimenti e di innovazione dal lato del capitale. Questione, quella della produttività del capitale e/o degli investimenti, tanto più interessante da analizzare quanto più viene messa a confronto con il dato sugli investimenti fissi lordi. Secondo le previsioni di Unioncamere, nel 2008 gli investimenti fissi lordi in Italia aumenteranno dello 0,8%: un dato giudicato "deludente" che andrebbe incrementato con maggiori investimenti nel settore delle infrastrutture. In realtà è lo stesso vicepresidente di Unioncamere a dover ammettere, subito dopo, che "le risorse investite sono state in linea con quelle dei principali paesi europei negli ultimi 15 anni ma la nostra posizione è peggiorata sensibilmente rispetto a Francia, Germania e Spagna". In effetti il tasso di crescita degli investimenti fissi lordi italiani, secondo l'OCSE, è stato negli ultimi 15 anni in linea con quello dei principali paesi europei. A divergere sensibilmente è stato, invece, il tasso di crescita dell'economia. Una possibile spiegazione della difficoltà, tutta italiana, nel tradurre in crescita il tasso di investimenti potrebbe risiedere nella mancata "qualificazione" degli stessi. Guardando insieme il tasso di crescita medio degli investimenti fissi lordi europeo e gli addetti alla ricerca si nota una relazione tra i tassi di crescita: gli addetti alla ricerca sono almeno prossimi alle risorse finanziarie destinate alla ricerca e sviluppo in percentuale del Pil. Liberazione 9 maggio 2008 |









