| I luoghi comuni sul lavoro |
|
|
| Scritto da Cristina Tajani |
| Mercoledì 05 Marzo 2008 00:00 |
|
L’esortazione che il Prof. Gavazzi rivolge a Walter Veltroni: “abolire lo Statuto dei Lavoratori!” è il riassunto esplicito ed incisivo di una serie di indicazioni e ricette politiche che da più parti sono state avanzate negli scorsi mesi. Queste ricette poggiano, nel caso peggiore, su una cattiva coscienza di parte, nel caso migliore su una serie di relazioni di causa ed effetto che raramente vengono dimostrate da chi le propone. Sono grossomodo le seguenti:
I maggiori quotidiani italiani hanno ripreso con stupore una ricerca di Bankitalia in cui si documenta la perdita di potere d’acquisto dei salari dei giovani negli ultimi 30 anni. Lo stesso Governatore Draghi ha citato questi dati in diverse occasioni. La stessa ricerca mostra efficacemente come quest’erosione di salario sia stabile (non viene recuperata nel corso del tempo) e non transitoria. Pochi però hanno fatto caso alle spiegazioni del fenomeno suggerite dai ricercatori di Bankitalia: i giovani perdono potere d’acquisto perché gli “insider” (ovvero i loro genitori stabilmente inseriti nel mercato del lavoro) hanno scaricato sulle giovani generazioni tutto il peso dell’aggiustamento economico. Se la flessibilità riguardasse non solo l’ingresso ma anche l’uscita dal mercato (art. 18) i “sacrifici” sarebbero più equamente ripartiti tra le generazioni. Nessuno ha convincentemente mostrato che questa asserzione sia vera e che un’eventuale maggiore flessibilità in uscita non si andrebbe semplicemente a sommare a quella in entrata. Tanto più che, come mostra l’Istat, circa la metà dei lavoratori italiani si concentra in imprese con meno di 10 addetti, quindi di fatto esclusi dalla tutela dell’art. 18. La crescita lenta della produttività del lavoro viene comunemente evocata per spiegare i bassi salari italiani (tra i più bassi d’Europa). Anche assumendo che il lavoro venga remunerato in relazione alla produttività (cosa che fa l’economia neoclassica espungendo il conflitto dalla sfera della distribuzione del reddito, ben presente agli economisti classici) sarebbe utile interrogarsi sulle cause della bassa produttività. L’Istat ha recentemente pubblicato le serie delle misure di produttività in Italia dal 1980 al 2006. Da questi dati si evince come il contributo del capitale alla crescita della produttività del lavoro si sia mantenuto basso in tutto il periodo considerato. Il contributo del capitale hi-tech è poi di poco distante dallo zero. A meno che non si pensi che la produttività del lavoro si possa aumentare attraverso l’intensificazione dei ritmi e la dilatazione dei tempi (purtroppo qualcuno lo pensa…) bisogna ammettere che siamo in presenza di un problema di investimenti e di innovazione dal lato del capitale. A chi invece pensa che la remunerazione della maggior produttività e l’aumento dei salari possa avvenire solo a livello aziendale (per via di un decentramento contrattuale) bisognerebbe ricordare che la contrattazione di secondo livello copre meno del 30% delle imprese sindacalizzate e che il nanismo industriale è tuttora la cifra della struttura d’impresa italiana. Secondo l’Istat la dimensione media delle imprese italiane rimane, anche nel 2005, di circa 3,8 addetti (5,9 addetti nell’industria, 3,1 nei servizi). Le microimprese (meno di 10 addetti) rappresentano il 94,9. È nota la difficoltà di implementare contrattazione decentrata in imprese di queste dimensioni. Questi lavoratori dovrebbero, quindi, rimanere esclusi dalla ripartizione del valore che pure concorrono a produrre a livello di sistema? Articolo pubblicato su Liberazione del 05/03/2008 |









