È colpa del lavoro se l’Italia non cresce?

Con la pubblicazione, avvenuta a fine maggio, del Rapporto Annuale 2007 dell’Istat si è tornati a parlare della crescita lenta della produttività italiana rispetto a quella registrata dagli altri paesi europei. Il governatore della Banca d’Italia Draghi è tornato sul tema nella sue “Considerazioni finali” sulla consueta Relazione Annuale dell’Istituto. Secondo Draghi le imprese italiane, posizionandosi sulla gamma alta della produzione manifatturiera, avrebbero in qualche modo superato la sfida dell’internazionalizzazione dei mercati. Il problema insisterebbe, semmai, sulla produttività del lavoro: troppo bassa rispetto ai principali competitors. Sulle ragioni dell’andamento fiacco della produttività (totale) italiana perlopiù si tace, lasciando intendere che questo dipenderebbe dalla “fannulloneria” dei lavoratori italiani, dalla pressione fiscale o dalla burocrazia.

Una risposta differente, e di tipo strutturale, si trova invece proprio nel Rapporto dell’Istat che dedica uno specifico approfondimento al tema. Attraverso un’analisi di lungo periodo il Rapporto mostra come nel trentennio 1970-2000 il sistema economico italiano abbia trasferito circa il 22 per cento dell’occupazione dall’agricoltura e dall’industria (settori a rapida crescita della produttività) alle attività dei servizi (settori molto meno dinamici, ma originariamente caratterizzati da una produttività notevolmente più elevata). Il risultato di questa trasformazione ha avuto effetti positivi sulla dinamica della produttività fino a quando il livello relativo della produttività del lavoro nei servizi è stato tale da più che compensarne la dinamica molto più contenuta. Il settore dei servizi nel nostro paese è, infatti, caratterizzato da attività labour-intensive: ovvero attività, come i servizi alla persona, o i servizi “poveri” alle imprese, svolte con l’ausilio di poca tecnologia e molto lavoro. Attività che tipicamente non possono competere in quanto a produttività con settori altamente automatizzati o tecnologici (industria ma anche le attività agricole di nuova generazione).

Un primo elemento è, dunque, lo spostamento di occupazione da settori ad alta produttività a settori caratterizzati da una minore produttività del lavoro. Questo effetto settoriale è tale da far registrare come occupati nel settore dei servizi circa i due terzi della popolazione lavorativa. Eppure è lo stesso Rapporto a sottolineare come la dinamica settoriale (per altro comune anche ad altri paesi europei) non sia sufficiente a spiegare il gap tra l’Italia e le altre economie del continente. L’analisi dell’Istat mostra, infatti, che l’attuale crisi di produttività dell’economia italiana è spiegata in misura limitata dall’effetto di riallocazione settoriale dell’occupazione. Le sue cause vanno, a detta dei ricercatori dell’Istituto di Statistica, cercate nel concorso di vari elementi, tra i quali annoverano l’uso più intenso del fattore lavoro, la diffusione di forme di lavoro più flessibili e la prevalenza di comportamenti di imprese volte a perseguire obiettivi di redditività piuttosto che di produttività.

Quanto alla relazione tra crescente flessibilità del lavoro e cattiva performance economica (le conseguenze economiche della flessibilità), si tratta di un tema troppo spesso eluso dal dibattito e che invece dovrebbe affiancare quello sulle conseguenze sociali del lavoro flessibile.
Il ricorso massiccio da parte delle imprese al lavoro flessibile come strategia competitiva di costo, acquista spessore se si considera la bassa propensione del settore privato italiano (con rare eccezioni) ad investire in ricerca e innovazione.
Il rapporto tra spesa privata e spesa complessiva in ricerca e sviluppo fotografa una situazione molto chiara: il sistema delle imprese italiane investe molto meno in ricerca di quanto faccia il settore privato in altri paesi industrializzati. La quota media di ricerca e sviluppo delle imprese private sul totale è per tutti i paesi tra il 60 e il 70% del totale, in Italia il rapporto tra spesa privata e spesa pubblica in R&S è invertito (il pubblico è il principale finanziatore della ricerca). In alcuni paesi è stabile nel tempo, mentre per altri tende a crescere. Francia, Gran Bretagna, e la media dell’UE allargata si colloca intorno al 62%, mentre per altri paesi come la Germania è prossima al 70% o molto più alta. Per la Spagna si osserva un fenomeno interessante: pur avendo una spesa in ricerca e sviluppo prossima o uguale a quella italiana, il sistema delle imprese privato tende a rafforzare il proprio ruolo. Al contrario, la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese italiane sul totale tende a diminuire. A chi va attribuita, allora, la responsabilità della produttività fiacca? L’idea che si possa ottenere maggiore produttività intensificando ritmi e tempi di lavoro (invece che tecnologia e innovazione) fa sorridere i liberisti di tutto il mondo. Tranne quelli nostrani.