da “La Nuova Città”

Segni dei tempi

Cristina

di Renato Brucoli

Miracolo a Milano. Il tornado Pisapia svela le doti e il talento di Cristina Tajani. 33 anni. Timida e minuta. Cortese e puntuale. Di poche parole e di molti fatti. Ricercatrice e precaria. Segno di contraddizione: bocconiana alla CGIL. Giovane, donna e assessora senza essere “figurina”. Senza fronzoli. Senza divismi. Soda. Preparata. Presente in politica e nel sindacato. Sicura nel suo orizzonte etico.

Settembre 1997: “Prendo la laurea e torno”. Cristina si trasferisce da Terlizzi a Milano. Ricorda ancora il momento. “Una giornata calda, umida, senza sole; una luce così diversa da quella che avevo conosciuto nella mia Puglia… Diciotto anni, la maturità classica in tasca e tante aspettative per la nuova vita da studentessa di economia fuori sede”.

 Una ragazza motivata, Cristina. Una solida famiglia alle spalle. Non una rarità, però. Non una storia isolata: “Faccio parte di una generazione di giovani meridionali e di pugliesi che ha dovuto scoprire l’esistenza di una Patria al plurale. Dal Mezzogiorno emigrano ogni anno 150.000 giovani che fanno un investimento sul proprio futuro con molta sofferenza. Chi emigra verso altri Paesi, chi verso altre regioni d’Italia: io sono tra questi”.

Ora è alla guida di un assessorato strategico nella capitale lombarda: lavoro, sviluppo economico, università e ricerca. Nel tempio dell’economia italiana. Nell’ombelico della Milano bene, fra le boutique di via Dogana, dove ha sede il suo ufficio, e il Duomo, dove transita il mondo.

Oso con impertinenza: – Nessuno è profeta in patria. È così, Cristina?

Tergiversa: “La Puglia e Milano sono due porti aperti verso due direzioni d’Europa. Noi giovani dobbiamo coltivare questa vocazione di apertura perché fa bene al nostro Paese e a un’Europa ancora tutta da costruire, spesso attraversata da troppi egoismi”.

– Qual è il tuo toccasana, nella città che traina e condiziona l’economia italiana?

“Non sono velleitaria. Toccasana non ne ho. Il mio metodo, piuttosto: ascoltare gli operatori, facilitare il dialogo, creare connessioni, favorire la ricerca, fare incontrare università e mondo economico, riconsiderare la flessibilità…”. Un’impresa titanica. È la sfida di Cristina.

Pensiero semplice: se potesse insegnare anche a noi questo metodo… magari nelle pause di lavoro fra la Statale e Palazzo Marino… saremmo certamente migliori.

Ammette: “Torno spesso a Terlizzi, coltivo un legame non solo affettivo”. Ma fatico a ridurla al nostro orizzonte:

– Quali scelte vanno fatte, da te come da noi, per liberare le comunità?

“Un cambio forte da imprimere? C’è bisogno di una nuova passione civica. Milano e la Puglia di Nichi Vendola l’hanno riscoperta. Abbiamo bisogno di riannodare i fili di un rapporto tra le quotidianità delle persone e l’impegno politico. L’unica strada è la partecipazione. Le istituzioni e la politica devono avere meno paura di farsi attraversare; bisogna ristabilire un rapporto di fiducia che spesso è mancato. La mia generazione ha il compito di traghettare il nostro Paese dalla seconda alla terza Repubblica. La seconda è stata caratterizzata dal rifiuto della politica, la terza dovremmo costruirla su una nuova etica pubblica”.

Il ventaglio delle considerazioni si dispiega sempre, con Cristina, e va verso l’ampio. Insiste sulle “relazioni”, crede nelle “reti tra soggetti che prima non si sono mai parlati”, e vorrebbe una “città includente”: “L’idea di una Milano che espelle qualcuno, non mi appartiene”.

Parole e intenti che mi piacciono. Credo piacciano anche ai terlizzesi.

Auguri, Cristina, “terlizzese per sorte, milanese per scelta”, come ormai ti definisci. Segno di contraddizione nel tempo di Ruby. Segno di novità e di speranza nella terra di Nicole. Non pupa, secchiona e bella dentro. Donna dell’inedito in una città che sa confermarsi di sorprendenti passioni etiche e civili.