Poveri di cittadinanza

Della cronaca dell’impoverimento degli ex “ceti medi” sono piene le pagine dei quotidiani da ormai molti mesi. La rincorsa ai consumi natalizi si è conclusa, quest’anno, con un drastico segno meno e con le lamentele dei commercianti in bell’evidenza in tutti i tg. Nella Milano della moda e della finanza ricompaiono i “libretti del pane” a segnalare il ritorno del credito al consumo anche per l’acquisto di beni di primissima necessità come latte e pane. E così tutti ad attendere che “l’economia dia segnali di ripresa” per tirare il respiro. Ma cosa nasconde l’aumento generalizzato della povertà relativa e l’ampliarsi delle sacche di marginalità sociale? Si tratta solo dell’ormai innegabile erosione del potere d’acquisto di redditi e salari o abbiamo a che fare con un ben preciso modello del vivere sociale? Con il disfarsi, cioè, di un’idea di diritti di cittadinanza (parola oggi ambivalente se pensiamo allo stato di negazione in cui vivono tante e tanti migranti residenti, ma non “cittadini”, nel nostro paese)? A partire da questo numero vorremmo provare ad abbozzare alcune risposte a queste domande.

Partiamo dal dato più evidente della condizione di privazione rispetto ai bisogni: la difficoltà di provvedere autonomamente alle esigenze essenziali. Secondo l’Istat, nel 2003, 6 milioni 786 mila individui vivevano sotto la soglia di povertà relativa, circa il 12% della popolazione, cui va aggiunto un ulteriore 10% di famiglie “a rischio povertà”, famiglie, cioè, che hanno assistito ad uno scivolamento verso il basso del proprio tenore di vita attraverso una dinamica di mobilità sociale negativa accentuata negli ultimi anni. Questo dato, importante in sé, guadagna spessore se incrociato con la fotografia di un mercato del lavoro in trasformazione ad opera delle riforme dell’ultimo decennio. Non è, infatti, l’esclusione dai circuiti socio-economici la sola causa di “povertà” nel nostro paese. Sono sempre di più (circa il 10% della popolazione lavorativa) i working-poors, i lavoratori poveri, coloro che non riescono ad ottenere dal proprio lavoro un reddito tale da superare la soglia della povertà relativa (tale da sostenere dignitosamente se stessi e la propria famiglia, avrebbero detto gli estensori della nostra Costituzione). Inoltre, molto maggiore in percentuale è la quota di lavoratori dipendenti nella classe degli individui “a rischio povertà”. Questo fenomeno è frutto di almeno due processi congiunti: l’erosione del potere d’acquisto dei redditi da lavoro a favore di profitti e rendite e la deregolamentazione del mercato del lavoro verso forme discontinue, flessibili e precarie d’impiego. I lavoratori precarizzati dalle riforme del mercato del lavoro (ultima delle quali la cosiddetta legge 30 del Governo Berlusconi) si attestano, infatti, in larga parte nelle fasce di reddito più basse. Da strumento di perequazione sociale, il mercato del lavoro si fa fonte di disuguaglianza e la stessa condizione di occupato non è per gli individui garanzia della capacità di corrispondere ai bisogni presenti né tantomeno a quelli futuri. Infatti alla difficoltà salariale che affligge quasi in egual misura lavoratori stabili e precari (per non parlare dei disoccupati, derubricati dall’agenda della politica e dei media) corrisponde un’incerta prospettiva pensionistica. Anche in questo caso, così come per le trasformazioni del mercato del lavoro, le riforme pensionistiche dell’ultimo decennio hanno operato un cambiamento di modello profondo. La previdenza pubblica obbligatoria cessa di essere uno strumento finalizzato al mantenimento del tenore di vita attiva, restituzione dovuta di salario differito, ma diventa uno strumento assistenziale minimo. Nel prossimo decennio la pensione pubblica si aggirerà intorno al 49% dell’ultima retribuzione (oggi è circa il 70%) e chi vorrà e potrà dovrà provvedere per tempo a dotarsi di forme previdenziali private. Per i lavoratori atipici, poi, le prospettive pensionistiche sono ancora più incerte a causa dei “buchi contributivi” dovuti all’intermittenza dell’impiego. Se si considera che i lavoratori flessibili e discontinui sono prevalentemente giovani si può concludere che per le giovani generazioni non si configura un diritto certo ed esigibile alla pensione, ma una prospettiva incerta in cui chi non abbia provveduto autonomamente all’accantonamento previdenziale integrativo, potrà godere della sola pensione minima assistenziale (di importo ben inferiore alla soglia di povertà relativa).

Il medesimo scivolamento dal diritto per tutti alla sola assistenza minima per chi è veramente povero si è prodotto con l’aziendalizzazione e la regionalizzazione del Sistema Sanitario Nazionale. Gli interventi di politica sanitaria adottati tra il 1992 ed il 2001 hanno fatto lievitare la spesa sanitaria dei cittadini: il rapporto tra spesa privata e spesa pubblica, che era pari al 20% prima del 1992, sale a circa il 30% a partire dal 1995. La quota di spesa sanitaria privata sul totale della spesa delle famiglie risulta, così, crescente durante tutti gli anni ‘90. Questo processo ha colpito con effetti redistributivi negativi soprattutto gli anziani (gli anziani single sono passati da una spesa mensile pro capite di 87 euro nel 1997 ad una spesa di 116 euro nel 2001), le famiglie con reddito più basso (+9% di spesa) e quelle con un solo componente (+21,5%). Per quanto riguarda i farmaci (voce che incide soprattutto per le famiglie meno abbienti), nel 2003 i medicinali venduti in farmacia sono costati al SSN il 6,1% in meno dell’anno precedente, mentre hanno inciso sui bilanci dei cittadini per ben il 17,5% in più rispetto al 2002. Non è solo il rincaro dei farmaci, in buona parte si tratta di un “effetto devolution” dovuto ai ticket che molte regioni hanno imposto ai cittadini per far fronte ai buchi di bilancio della sanità locale. Il modello cui alludono queste politiche sanitarie è quello misto pubblico-privato di stampo statunitense, dove la grande maggioranza dei redditi medio bassi non può permettersi alcuna copertura sanitaria, ai veramente poveri vengono erogate prestazioni “al minimo” solo per le patologie più gravi, mentre i ceti medio-alti spendono una cospicua parte del loro reddito in assistenza sanitaria privata.

La stessa chiave di lettura può essere utilizzata per interpretare altre due recentissime misure di politica economica: la riforma fiscale del Governo Berlusconi ed il taglio dei trasferimenti agli enti locali. Mentre la riforma fiscale avvantaggia i ceti più ricchi (al 50% più povero dei contribuenti andrà il 12,5% dello sgravio, il 16, 5% più ricco dei contribuenti godrà del 60% del risparmio mentre i veramente poveri, inseriti nella no-tax area, non percepiranno alcun beneficio) i tagli ai trasferimenti costringono gli enti locali ad abbattere i fondi destinati alle spese sociali. Già dal 2002 i comuni intervengono sui propri bilanci per sostenere la spesa sociale a causa dei tagli: il 45,8% dei comuni ha investito risorse proprie per mantenere stabile la spesa mentre il 31% ha diminuito le risorse. Tra questi il 70,4% dei comuni del sud ha dovuto tagliare la spesa sociale. I settori più colpiti sono ancora una volta il reinserimento sociale e le politiche di inclusione, l’assistenza a domicilio (-26,9%) e la residenza (23,1%). I soggetti più colpiti gli adulti in difficoltà (53,8%), gli anziani (38,5%) e i disabili (30,8%).

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