Le buone occasioni della crisi

Ho trascorso le ultime settimane a raccogliere dati sulle conseguenze occupazionali della crisi nell’area milanese: raddoppio delle ore di cassa integrazione, esplosione delle procedure di mobilità, fondo per la cassa in deroga (quella per le imprese sotto i 15 dipendenti) già esaurito a fine ottobre, un numero non calcolabile di mancati rinnovi di contratti a termine ed interinali riconosciuto persino da Assolavoro (l’associazione delle agenzie interinali) che parla di un rallentamento del solo interinale del 9,6% nell’ultimo trimestre. Per non parlare dei circa 10.000 lavoratori della scuola che a Milano subiranno, nel prossimo triennio, la scure dei tagli della Gelmini.

Come tutti (e soprattutto i giovani!) sono preoccupata dalle conseguenze immediate e future della valanga, come l’ha definita il segretario della Cgil Epifani, che si sta abbattendo su di noi.

Eppure non posso fare a meno di pensare che insieme alle conseguenze tragiche e dolorose della crisi si aprono delle crepe nel muro dell’ortodossia economica neoclassica e nella sua traduzione politica neoliberista. Non mi voglio certo iscrivere al club di quelli che “l’avevamo detto noi!” perché non credo all’ortodossia che si oppone all’ortodossia, ma penso che vadano accolte e sollecitate tutte quelle voci, da qualsiasi pare provengano, che sono pronte a ridiscutere i fondamenti teorici delle scelte economiche e politiche dell’ultimo trentennio, mentre ce ne sono molte altre pronte a costruire ipotesi ad hoc per sostenere che non di troppo liberismo ma di liberismo inquinato dall’intrusione del pubblico (vedi Fannie Mae e Freddie Mac) stiamo morendo.

Scrive Artoni, economista mite e rigoroso, su Il Sole24 Ore del 26/11/08, a proposito dello stato della teoria economica nelle nostre accademie, che “da alcuni anni stiamo assistendo ad un processo di <<coventrizzazione>> di tutte le scuole non ortodosse e di larga parte delle analisi istituzionali serie (dai mercati finanziari, ai mercati del lavoro, agli assetti di finanza pubblica) sulla base del mancato rispetto dei canoni della cosiddetta valutazione oggettiva. Occorre notare che i criteri sui quali si basa questa presunta oggettività, premiano sostanzialmente la pubblicazione su riviste caratterizzate da una fortissima presenza di articoli espressione dell’ortodossia fin qui dominante”.

Nella stessa direzione va la recente elezione a rettore della più importante Business School italiana di uno studioso di chiara osservanza neoclassica.

Eppure sembra che una battaglia di idee sia finalmente possibile. Significativo e importante è lo spazio, per esempio, che l’Osservatore Romano ha dedicato in questi giorni alla crisi economica ed alle sue conseguenze sul sistema di pensiero e di valori che ha guidato le società occidentali a cavallo del millennio.

Ce la faremo, noi sinistra, ad approfittare dello squarcio che si è aperto in un sistema di pensiero per contribuire a formulare ipotesi nuove e indicare possibilità per il futuro? Non è detto che la risposta sia positiva ad una scorsa della mappa delle sinistre (moderate e radicali, perché il problema si pone allo stesso modo per tutte!) in Europa.

Eppure l’occasione è unica. A me pare che, anche in omaggio al ventennale dalla scomparsa di Claudio Napoleoni, ci sia un punto di riflessione che varrebbe la pena riproporre oggi. Si tratta del tema del fondamento del valore economico. Nello scorso secolo due grandi teorie si sono scontrate in proposito: quella di derivazione ricardiano-marxiana che poneva il lavoro come fondamento e misura di ogni valore economico (teoria del valore-lavoro), e quella di derivazione neoclassica che contrapponeva al lavoro l’utilità (nel senso del primato dei desideri del consumatore) facendo coincidere il concetto di valore con quello di prezzo. Quando la seconda impostazione ha vinto sulla prima, il tema del valore economico è stato accantonato dal dibattito, e nemmeno i critici del PIL come misura di benessere collettivo mi sembra che abbiano affrontato il tema da questo punto di vista. Forse varrebbe la pena di “cercare ancora”.

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