La spesa sociale nei paesi europei: precarietà e sostenibilità

L’incubo dei tagli alla spesa incombe sui sonni autunnali dei politici e dei comuni cittadini italiani da parecchi lustri. A sentire il dibattito pubblico a ridosso di ogni finanziaria, l’Italia appare come una signorina dalle tasche bucate che necessiti di essere sempre rimessa in riga. Pensioni e sanità (come dire la spesa sociale) sono i capitoli di spesa da castigare prima degli altri. Eppure i dati Eurostat sulla spesa sociale nei paesi europei, pubblicati a fine ottobre, ci raccontano di una storia abbastanza diversa. In media i paesi europei (UE-25) spendono il 28% del PIL in protezione sociale. Come sempre il dato medio maschera differenze molto significative che vanno dal 33,5% della Svezia al 13,4% di Estonia e Lituania. L’Italia sicuramente non fa la parte della spendacciona, collocandosi leggermente sotto la media con il suo 26,4% registrato nel 2003 (ultimo dato disponibile reso noto dall’Eurostat). Dal 1994 al 2003 la percentuale di spesa si è mantenuta pressoché costante per i 15 paesi del nucleo originario dell’Unione Europea (una leggera flessione si è registrata tra il 1998 ed il 2001), è leggermente cresciuta invece per l’Europa allargata anche grazie al miglioramento degli indicatori dei paesi nuovi entrati. Sopra il 30% si collocano i soliti virtuosi paesi scandinavi (Svezia e Danimarca in particolare), ma anche Germania e Francia. Svezia e Danimarca, insieme al Lussemburgo, sono anche i paesi con la spesa pro capite più alta, mentre i paesi del mar Baltico si confermano anche per i livelli di spesa pro capite più bassi. Nell’Europa a 25 la previdenza rappresenta la quota più ampia della spesa sociale: il 45,7% del totale che rappresenta il 12,3% del Pil. Com’è noto l’Italia è il paese con la più alta percentuale di spesa previdenziale sul totale: il 62% che rappresenta il 16% del Pil nazionale. È a questo dato che si sono sempre appellati i sostenitori dei tagli alla spesa previdenziale italiana, senza raccontare, però, l’altra parte della storia. In primo luogo c’è da notare che nel caso italiano la quota di spesa previdenziale comprende anche il TFR, altrove inserito sotto altre voci di spesa. Il TFR pesa per ben il 5% della spesa sociale totale. Anche Polonia, Lituania, malta e Grecia si attestano sopra il 50% di “share” delle pensioni sul spesa sociale totale. Si tratta di paesi che, insieme all’Italia, suppliscono con la spesa previdenziale anche ad altri bisogni di protezione sociale, come dimostrano i dati sugli altri capitoli di spesa.

La spesa sociale per settori d’intervento (% sulla spesa sociale totale): un confronto Italia-Europa (Fonte: Eurostat-Esspros)

  Previdenza Sanità Disabilità Famiglia/ Infanzia Disoccupazione Politiche abitative/ esclusione sociale
Italia 61,8 25,7 6,4 4,1 1,8 0,2
Eu-25 45,7 28,3 8,0 8,0 6,6 3,5

La seconda voce di spesa per entità è la sanità, che in media assorbe circa il 28% del totale e il 7,6% del Pil. A cominciare da questo capitolo (la sanità per noi rappresenta circa il 25% della spesa totale) l’Italia si attesta sotto la media in tutte le voci di spesa sociale. Dopo pensioni e sanità l’entità di spesa diminuisce sensibilmente per gli altri capitoli in tutti i paesi europei. L’Italia però fa peggio degli altri. In media l’Europa spende l’8% della spesa totale sui capitoli della disabilità (i paesi più generosi sono Finlandia, Svezia e Danimarca) e famiglia/infanzia (su quest’ultimo capitolo ci registriamo tra gli ultimi insieme a Spagna, Polonia e Olanda). Le voci che assorbono in media la quantità di spesa inferiore sono i sussidi di disoccupazione e le misure contro l’esclusione sociale e per l’abitare. In media queste due voci pesano rispettivamente per il 6,6% ed il 3,5%. L’Italia ha la performance di spesa peggiore per entrambe le tipologie di misure: 1,8% e 0,2% rispettivamente per disoccupazione ed esclusione. È forse da questi ultimi dati, più che da quello sulle pensioni, che dovrebbe cominciare una riflessione sul welfare italiano, anche alla luce di un altro dato: quello sul finanziamento della spesa sociale. In Europa, infatti, la spesa sociale è finanziata per il 60% dai contributi sociali e per il 37% dalle tasse. In Italia le percentuali sonorispettivamente del 58,6% e del 39,8%. È noto che i giovani lavoratori, perlopiù con contratti intermittenti, generano un flusso di contributi sociali inferiore a quello delle generazioni precedenti. Si tratta di un problema di sostenibilità della spesa ben più grave di quello derivante dai fenomeni demografici. Allora è dalla precarietà e da possibili forme di sostegno al reddito che inglobino contributi sociali e previdenziali che bisognerebbe ripensare la spesa sociale, accantonando un attimo le pensioni.

Università di Milano.

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