Intervista a lettera 43

IL PERSONAGGIO

Lo Sviluppo di Cristina

Tajani, dal G8 di Genova al Comune: «A Milano più start up».

di Gabriella Colarusso

Dieci anni fa, in questi giorni, Cristina Tajani era in piazza a Genova, in cerca di un «altro mondo possibile». Aveva 22 anni, studiava Economia alla Bocconi e non avrebbe mai immaginato, 10 anni dopo, di occupare gli uffici al terzo piano di via Dogana, tra le boutique e i turisti di piazza Duomo, sede dell’assessorato al Lavoro del comune di Milano.

A volere fortemente nella sua giunta questa 32enne timida e minuta, dall’inconfondibile accento pugliese, e il piglio deciso, è stato il sindaco Giuliano Pisapia: «Lo conosco da almeno 10 anni, eravamo nello stesso partito, si è speso molto a favore dei movimenti» ricorda lei.
Ma ad apprezzarla sono in tanti. Il sindacato, con cui ha collaborato per anni come ricercatrice dell’ufficio studi della Cgil. Gli imprenditori di Assolombarda, che hanno chiesto il suo contributo per più di una pubblicazione sui distretti industriali regionali. I movimenti, con cui ha condiviso le riflessioni sul precariato e l’attivismo da Mayday. Il mondo della ricerca, che ha conosciuto bene da ricercatrice all’Università Statale.
DA GENOVA A PALAZZO MARINO PASSANDO PER LA CGIL. Tajani è arrivata a Milano da Terlizzi (il paese di Nichi Vendola) nel 1997, a 18 anni, ed è parte di quella «generazione che ha cominciato a essere protagonista politicamente da Genova 2001, dove sono maturate quelle idee che oggi appartengono al linguaggio comune, alla destra e alla sinistra, ai laici come ai cattolici».
La critica al pensiero unico, l’attacco alla speculazione, per dirne alcune. Ma senza fanatismi. «Non siamo mai stati una generazione solamente politica, come quella dei sessantottini che facevano carriera nel partito. Noi siamo nati quando i partiti erano praticamente finiti e abbiamo fatto carriere professionali importanti», dice. Al punto che hanno voluto lei alla guida di un assessorato strategico per la capitale economica d’Italia: Lavoro, sviluppo economico e università e ricerca.
Dicitura che però il neoassessore rovescia così: «Università e ricerca possono fare lo sviluppo economico che può creare buona occupazione».

DOMANDA. Partiamo dall’Università. I rettori degli atenei milanesi lamentano la perdita di seduzione della città: Milano non riesce ad attrarre cervelli stranieri. Come si fa così a creare occupazione di alta qualità?
RISPOSTA. È vero, le università milanesi sono meno internazionalizzate di altri atenei europei. I ricercatori stranieri vengono a studiare qui, anche con l’idea di restarci, di viverci, ma si scontrano con difficoltà enormi.
D. Per esempio?
R. Quando lavoravo in Cgil, ho inaugurato lo sportello di consulenza per i ricercatori precari. Un giorno è arrivato un dottorando indiano, medico, dell’Istituto europeo di oncologia. Aveva problemi con il rinnovo del permesso di soggiorno, pur avendo tutte le certificazioni dell’università in regola. Una delle ragioni per cui si fa fatica a venire in Italia per studiare è la normativa sull’immigrazione.
D. Abolirebbe la Bossi Fini?
R. Come Comune non possiamo cambiare la legge, ma possiamo esportare in sede civile una parte delle procedure per il rinnovo del permesso.
D. Cioè?
R. Invece di lasciare tutto nelle mani della prefettura, come se fosse solo un problema di ordine pubblico, alcuni passaggi possono essere fatti presso la pubblica amministrazione. Una gestione più civile e meno militare. Lo si è sperimentato anche alla provincia di Milano negli anni passati e ha funzionato.
D. Il problema però sono anche i servizi. Le residenze per gli studenti a Milano coprono solo il 20% delle richieste.
R. Non dirò banalmente che il Comune deve costruite gli studentati. In parte si può anche fare, ma serve soprattutto che i vari soggetti in campo collborino tra loro.
D. Come?
R.
Per esempio aiutando gli studenti stranieri ad ambientarsi e quindi a restare. Se vai a fare ricerca a Londra, portandoti dietro il marito e i figli, ci sono delle strutture gestite dall’università, e in parte dal pubblico, che ti aiutano a conoscere i familiari dei tuoi colleghi, la loro rete di amici, i loro figli. Si può fare anche a Milano.
D. L’Università che crea lavoro. Ma negli ultimi anni imprese e mondo della ricerca non hanno dialogato molto.
R. È mancato il ruolo del pubblico nel facilitare questo dialogo, nel creare delle connessioni, ed è quello che faremo.
D. Modelli di riferimento?
R. Barcellona, che ha investito sul suo aspetto internazionale e sulle sue potenzialità accademiche. E oggi è una delle mete preferite dagli studenti in erasmus. La sua vocazione formativa è diventata un fattore di sviluppo economico.
D. Tra cinque anni si dirà contenta se?
R. Se il comune avrà avuto un ruolo importante nel far incontrare Università e mondo economico, in modo tale che si creino più start up e spin off, e che i brevetti trovino finanziatori per trasformarsi in imprese.
D. Un ruolo strategico ce l’ha Assolombarda. Ne ha già discusso con loro?
R. La mia prima uscita pubblica è stata ad Assolombarda e devo dire che la relazione del presidente Meomartini mi è sembrata molto aperta a questi temi. Mi è molto piaciuto che abbiano aperto la convention con una pubblicità progresso commissionata a due 19enni studenti di arti visive. È un bel segnale.
D. Che farete con i precari del Comune, li stabilizzerete?
R.
La delega al personale se l’è tenuta il sindaco, il nodo è spinoso. La giunta e Pisapia hanno già espresso la volontà politica di limitare il più possibile l’utilizzo, soprattutto improprio, di personale precario.
D. Ma li assumete o no i precari?
R. Bisogna valutare. Se sono persone che coprono continuativamente una funzione organica, che quindi serve per il funzionamento ordinario, è personale da assumere.
D. Tutti gli atipici di palazzo Marino?
R. Mi piacerebbe rispondere di sì, ma non sarebbe serio se poi ci si scontra con cose su cui non puoi decidere, vedi vincoli di bilancio.
D. Ora anche Tremonti si è accorto che si è un po’ “abusato” dei contratti a termine. Va cambiata, abolita, o non va toccata la Legge 30?
R. Il precariato non è più solo una questione di equità, sulla quale la sinistra ha insistito in questi anni, anche dipingendo il precario come lo sfigato che, poverino, non può farsi una famiglia e così via. Ora è diventata una questione di efficienza del sistema economico, perché crea squilibri, fa scendere la domanda interna e limita la possibilità di iniziativa economica da parte dei giovani.
D. Non ci ha detto se cambierebbe la legge.
R. Un intervento legislativo per limitare l’utilizzo improprio dei contratti atipici non farebbe male. E poi bisogna pensare a forme di sostengo al reddito, per esempio tra un periodo di lavoro e l’altro.
D. Ma?
R. Non tutto si risolve per legge, ci deve essere anche un’attenzione al sistema produttivo.
D. Per esempio?
R. Spingendo le imprese piccole ad aggregarsi. Non penso alle fusioni, penso ai consorzi. Chi si è messo in rete è riuscito a resistere alla crisi.
D. Virtuosi?
R. Due casi: il distretto high tech di Vimercate, vicino Monza, e quello di Legnano, nell’alto milanese.
D. Perché sono progetti vincenti?
R. Durante la crisi sono riusciti a far fronte a una situazione di perdita di occupazione e di delocalizzazione costruendo una rete tra piccole imprese, istituzioni e camere del lavoro. Nell’alto milanese hanno creato un marchio di distretto con cui si presentano insieme nelle fiere internazionali.
D. In che cosa li ha aiutati avere un brand comune?
R. Innanzitutto i costi di promozione, marketing, pubblicità, che una piccola azienda non potrebbe sostenere da sola, vengono messi in comune. Nel caso specifico, loro costruiscono centrali energetiche termoelettriche, sono tante aziende, più di 100, dislocate in diversi punti della filiera: quando vanno all’estero possono dire: integrando le nostre competenze, riusciamo a costruire la centrale dalla a alla z. Così sono riusciti a penetrare i mercati internazionali molto meglio di quanto avrebbe potuto fare una piccola impresa che fa solo le turbine.

Venerd’ 17 Giugno

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