Intervista a Go-Bari.it

di Antonio Scotti
 
Da Terlizzi a Milano. Prima lo studio, poi l’impegno nell’attività sindacale. Ed ora l’incarico di assessore al Lavoro in quel di Palazzo Marino. Cristiana Tajani, 33 anni, sposata, una laurea in economia e un dottorato in scienze del lavoro.  Da qualche giorno fa parte della squadra di governo di Giuliano Pisapia,  con cui ha condiviso un successo epocale, simbolico soprattutto perché avvenuto nella terra natia di Silvio Berlusconi e di quella borghesia industriale che sembrava inossidabilmente fedele al  mentore di Arcore.
Assessore, da Milano è partito un messaggio chiaro: Il berlusconismo è alla fine
Certamente quel che è accaduto è significativo, ma occorre anche dire che si tratta di processi lunghi e quindi gli sviluppi vanno esaminati volta per volta nei mesi che seguiranno. Tornando a Milano, dico che è stata una vittoria figlia di un’onda di partecipazione partita con la manifestazione delle donne del 13 febbraio: il segno di un moto di riscossa della società civile che è poi abbiamo ritrovato sia nelle amministrative che nell’esito dei referendum di giugno.
La politica le è sempre piaciuta, nella Bocconi era una animatrice del collettivo di sinistra. Nel 2001 ha partecipato al G8 di Genova. Che tipo di esperienza è stata?
Molto importante, perché ha permesso di porre al centro dell’agenda politica alcuni temi che, a lungo andare, sono risultati dirimenti nel dibattito pubblico. Da Genova è partito un movimento di critica al pensiero economico neoliberista, ora al vaglio di una platea vasta di soggetti. Penso, ad esempio, al lavoro d’analisi svolto dal mondo cattolico sui danni prodotti da un certo modo di intendere le politiche economiche del capitalismo. E’ un dibattito che continuerà a produrre frutti anche negli anni successivi.
Milano è la capitale economica del Paese. C’è da organizzare l’Expo 2015, avrete gli occhi del mondo puntati per mesi, ma i problemi da risolvere sono ancora tanti…
Sappiamo che siamo investiti di una grande responsabilità. I problemi sono tanti, a partire dal bilancio che l’assessore Bruno Tabacci ha presentato quest’oggi e che è ben diverso da quello che Letizia Moratti andava raccontando. C’è un disavanzo di oltre 100 milioni di euro e per questo dobbiamo concentraci sia sulla verifica dei conti che sulla comprensione di quanto si possa fare per il rilancio della città.
Per esempio?
Ci sono delle cose che possono realizzarsi a costo zero. Un esempio è il coordinamento tra gli attori economici e sociali che in passato è mancato del tutto.  La cooperazione è fondamentale per affrontare la crisi economica. Milano in questi anni lo ha fatto utilizzando le risorse di vari soggetti, pubblici e privati, penso al fondo dell’Arcidiocesi voluto dal cardinale Tettamanzi per sostenere le persone in difficoltà. Ma ciò che è mancato è stato il coordinamento, la capacità di fare rete  tra tante iniziative distribuite sul territorio. La politica deve e può fare questo, anche per rendere più efficaci gli investimenti. Per l’Expo credo che la Giunta si farà trovare pronta all’appuntamento. Io, in particolare, vigilerò sulla regolarità e la trasparenza di tutte le procedure legate all’impatto che l’esposizione universale avrà sulla produzione del lavoro a Milano. Valorizzeremo i protocolli tra parti sociali e la società Expo controllando la loro attuazione. Sempre con un occhio alla possibilità che l’evento possa tradurre delle opportunità permanenti, e non episodiche, per il futuro e lo sviluppo della città.
A proposito di lavoro: In una recente ricerca della Camera di Commercio di Milano, si legge come in Lombardia si svolgano il 77% degli stage. Pochissimi si traducono in contratti. Cosa si può fare?
Non mi sorprende il numero degli stage, anche perché ciò è legato alla natura terziaria dell’economia milanese. Il legame tra queste forme di lavoro e il futuro lascia qualche dubbio. Su questo vorremmo mettere in campo un progetto, in accordo con le aziende, affinché si possano garantire delle forme di retribuzione per chi svolge questi tirocini.
La disoccupazione giovanile cresce e in molti abbandonano il Paese. C’è un alternativa?
Nel giro di 10 anni ho visto molti miei amici ricercatori lasciare Milano per andare all’estero. L’alternativa la deve trovare la politica, a partire dall’università e dalla ricerca, dove la scelta del governo di operare dei tagli lineari e non selettivi è stata errata. Hanno deciso di tagliare senza capire dove e in quali settori. Ciò ha penalizzato lo sviluppo della ricerca di qualità.  A pagarne il conto per primi sono stati i giovani, costretti ad abbandonare la città e il Paese.
Torniamo in Puglia. Ci torni qualche volta?
Spesso.
A Bari si è aperto un dibattito a seguito dell’uscita del libro di Onofrio Romano sulla esperienza delle Fabbriche di Nichi, dove sono state messe in risalto alcuni aspetti negativi a partire dal mancato legame che, per l’autore, ci sarebbe tra partecipazione e i luoghi della decisione. Qual è il tuo giudizio?
Non ho ancora letto il libro, ma partendo dalla mia esperienza milanese dico che a Milano la candidatura di Pisapia ha prodotto una straordinaria esperienza di partecipazione. Credo che il dibattito politico dei prossimi mesi sarà quello di capire come trasformare la partecipazione in meccanismi decisione. Se i partiti si svuotano di capacità di aggregazione e si riempiono di entusiasmo altri luoghi, come le officine del programma milanesi, si capisce come sia urgente costruire ponti di collegamento tra queste due realtà. Quello che sta accadendo in Puglia penso che presto si riproporrà anche a Milano.
Ti sei data un obiettivo per il tuo mandato?
Vorrei andar via lasciando delle relazioni, cioè essendo riuscita a costruire delle reti tra soggetti che prima non si sono mai parlati. In momento di risorse scarse se non si fa squadra si perde. Ieri sono stata all’inaugurazione di un progetto messo su da alcuni ragazzi che altro non è che la costruzione di una rete tra diversi settori che si occupano di economia sostenibile. All’interno ci sono diverse professionalità e sul mercato ora saranno molto più competitivi. Lo stesso discorso andrà fatto per raccordare università e impresa. La politica deve fare questo lavoro.
Ora ci dica chi vorrebbe come futuro leader del centrosinistra in Italia?
Chiunque, purché venga scelto con le primarie.

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