I luoghi comuni sul lavoro

L’esortazione che il Prof. Gavazzi rivolge a Walter Veltroni: “abolire lo Statuto dei Lavoratori!” è il riassunto esplicito ed incisivo di una serie di indicazioni e ricette politiche che da più parti sono state avanzate negli scorsi mesi. Queste ricette poggiano, nel caso peggiore, su una cattiva coscienza di parte, nel caso migliore su una serie di relazioni di causa ed effetto che raramente vengono dimostrate da chi le propone. Sono grossomodo le seguenti:

  • la flessibilità dei contratti è l’unica causa dell’aumento dell’occupazione
  • i bassi salari dei giovani si spiegano per l’iper-tutela (si legga art. 18) dei lavoratori stabilmente inseriti nel mercato del lavoro (gli “insider” sarebbero la causa delle difficoltà degli “outsider”);
  • i bassi salari generalizzati dipendono dalla dinamica fiacca della produttività del lavoro;
  • l’indebolimento (o l’abolizione) del contratto nazionale di lavoro è l’unica via possibile all’aumento salariale.

Per quanto riguarda la prima relazione, stupisce che autorevoli scienziati sociali ritengano di stabilire un nesso di causa ed effetto tra due eventi (la flessibilità e la crescita occupazionale) senza alcuna cautela metodologica anche a fronte del fatto che la crescita occupazionale ha interessato quasi in eguale misura il lavoro stabile e quello precario. Altre variabili (la regolarizzazione degli immigrati, lo spostamento strutturale dell’economia dai settori tradizionali a quelli del terziario e del quaternario, la moderazione salariale) hanno agito come concause della crescita dell’occupazione. Anche l’OCSE, grande sponsor della flessibilità contrattuale, ne ha dovuto prendere atto.

I maggiori quotidiani italiani hanno ripreso con stupore una ricerca di Bankitalia in cui si documenta la perdita di potere d’acquisto dei salari dei giovani negli ultimi 30 anni. Lo stesso Governatore Draghi ha citato questi dati in diverse occasioni. La stessa ricerca mostra efficacemente come quest’erosione di salario sia stabile (non viene recuperata nel corso del tempo) e non transitoria. Pochi però hanno fatto caso alle spiegazioni del fenomeno suggerite dai ricercatori di Bankitalia: i giovani perdono potere d’acquisto perché gli “insider” (ovvero i loro genitori stabilmente inseriti nel mercato del lavoro) hanno scaricato sulle giovani generazioni tutto il peso dell’aggiustamento economico. Se la flessibilità riguardasse non solo l’ingresso ma anche l’uscita dal mercato (art. 18) i “sacrifici” sarebbero più equamente ripartiti tra le generazioni. Nessuno ha convincentemente mostrato che questa asserzione sia vera e che un’eventuale maggiore flessibilità in uscita non si andrebbe semplicemente a sommare a quella in entrata. Tanto più che, come mostra l’Istat, circa la metà dei lavoratori italiani si concentra in imprese con meno di 10 addetti, quindi di fatto esclusi dalla tutela dell’art. 18.

La crescita lenta della produttività del lavoro viene comunemente evocata per spiegare i bassi salari italiani (tra i più bassi d’Europa). Anche assumendo che il lavoro venga remunerato in relazione alla produttività (cosa che fa l’economia neoclassica espungendo il conflitto dalla sfera della distribuzione del reddito, ben presente agli economisti classici) sarebbe utile interrogarsi sulle cause della bassa produttività. L’Istat ha recentemente pubblicato le serie delle misure di produttività in Italia dal 1980 al 2006. Da questi dati si evince come il contributo del capitale alla crescita della produttività del lavoro si sia mantenuto basso in tutto il periodo considerato. Il contributo del capitale hi-tech è poi di poco distante dallo zero. A meno che non si pensi che la produttività del lavoro si possa aumentare attraverso l’intensificazione dei ritmi e la dilatazione dei tempi (purtroppo qualcuno lo pensa…) bisogna ammettere che siamo in presenza di un problema di investimenti e di innovazione dal lato del capitale.

A chi invece pensa che la remunerazione della maggior produttività e l’aumento dei salari possa avvenire solo a livello aziendale (per via di un decentramento contrattuale) bisognerebbe ricordare che la contrattazione di secondo livello copre meno del 30% delle imprese sindacalizzate e che il nanismo industriale è tuttora la cifra della struttura d’impresa italiana. Secondo l’Istat la dimensione media delle imprese italiane rimane, anche nel 2005, di circa 3,8 addetti (5,9 addetti nell’industria, 3,1 nei servizi). Le microimprese (meno di 10 addetti) rappresentano il 94,9. È nota la difficoltà di implementare contrattazione decentrata in imprese di queste dimensioni. Questi lavoratori dovrebbero, quindi, rimanere esclusi dalla ripartizione del valore che pure concorrono a produrre a livello di sistema?
Se si sgomberasse il campo da una serie di pregiudizi, indicazioni come quella di Gavazzi risulterebbero per quello che sono: ideologiche.

Articolo pubblicato su Liberazione del 05/03/2008

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