Milano Smart. Un modo nuovo di essere città europea

di Cristina Tajani

(“Milano Finanza”, 17 luglio 2014)

Quella appena emersa dal voto di maggio è un’Europa delle metropoli che – a conferma di una tendenza già nota da tempo – si candida a superare l’Europa degli stati. L’Unione, in cerca di un nuovo inizio e forse di identità, riscopre che il passato del nostro continente è plasmato dalle città e investe sui centri urbani dei prossimi decenni. Attraverso i programmi Smart Cities and Communities riceveranno miliardi di euro, dal 2014 al 2020, quelle aree metropolitane che utilizzino la tecnologia per erogare servizi disperdendo meno risorse economiche e ambientali e per ridurre i divari sociali e culturali. Non siamo di fronte a un processo uniformante orientato dall’alto, bensì allo stimolo affinchè le città europee declinino al futuro le proprie «vocazioni». Basta conoscerle e condividerle.

Per questo l’amministrazione di Milano, fin dal 2012, ha dialogato con centinaia di operatori durante le Smart City Week. Non un generico ascolto, ma un metodo per coinvolgere settori che, solo in città, valgono 128 miliardi di fatturato su 460 nazionali, e danno lavoro a una persona su cinque: high tech (49 miliardi Milano, su 122 in tutta Italia), energia-rifiuti (45 miliardi su 180), commercio elettronico (700 milioni su 3,4 miliardi), design (2,6 miliardi su 4). Questo percorso, da cui è nata l’Associazione Milano Smart City (promossa da Comune e Camera di commercio, aperta a imprese e università), ha reso più solido il confronto con le altre esperienze avanzate d’Europa e del mondo.

Se nel 2013, per esempio, indagavamo il modo in cui New York attinge ai big data per la conversione energetica del patrimonio edilizio, o studiavamo le infrastrutture che hanno consentito a Barcellona e Berlino di immaginare un destino «digitale» per migliaia di giovani imprese, a distanza di due anni Milano ragiona su risultati concreti. Può documentare gli oltre 52 milioni di euro attratti da risorse europee e nazionali per venti progetti tecnologici che trasformeranno i processi amministrativi (semplificando larga parte delle pratiche per i cittadini), miglioreranno l’utilizzo pubblico dell’energia e dell’illuminazione, doteranno il comune di piattaforme di crowdfunding per finanziare imprese sociali, interverranno sulla mobilità e l’accessibilità.

Ma il punto su cui Milano può diventare un esempio internazionale non si esaurisce nelle classifiche, peraltro lusinghiere, sulle iniziative «smart». Ciò che possiamo sperimentare qui, forse più che in ogni altro posto d’Europa, è il processo che rende questi investimenti tecnologici un sostegno per la sempre più rilevante quota di «economia della condivisione» (ormai rubricata alla voce sharing economy). Un veicolo per creare lavoro e rinnovare comparti esistenti ma stanchi. I milanesi – e i milioni di persone che entrano in città per studiare e lavorare – hanno preso dimistichezza con questo concetto grazie alle soluzioni legate alla mobilità (car sharing, bike sharing).

Altrettanto dirompente è la trasformazione che il digitale porta nei luoghi della progettazione e della produzione, rendendo Milano l’osservatorio su modi di fare impresa che si manifestano qui oggi, e altrove arriveranno nei prossimi anni. Siamo la città dove attecchiscono – e fanno rete – incubatori d’impresa, Fab Lab, spazi di coworking. Quando decidemmo di rinunciare a un coworking comunale – destinando invece risorse a chi desiderasse utilizzare quelli esistenti, censiti e certificati dall’amministrazione – non avevamo immaginato che ne sarebbero emersi più di quaranta. Luoghi che attingono a piene mani dalle infrastrutture digitali urbane e impiegano centinaia di persone, moltissimi professionisti, giovani e donne. Ecco perchè abbiamo potenziato il WiFi – che ci vede avanguardia d’Europa con 400 aree d’accesso e utilizzo illimitato nel tempo – e reso disponibili le informazioni sulla città attraverso gli Open Data, che consentono alle imprese digitali di sviluppare migliaia di App (ispirati in questo dall’esperienza di Parigi). Si tratta della piattaforma che libera le energie di una città in grado, come tante volte ha fatto, di ripensare il proprio sviluppo.

L’orizzonte di Expo può consentirci di finalizzare le singole politiche. Il tema «nutrire il pianeta, energia per la vita» è stimolo per le strategie smart, calate nel mezzo di una pianura padana che da secoli è piattaforma agricola avanzata nel cuore dell’Europa; e che, allo stesso tempo, rappresenta «l’accesso» continentale alle culture del Mediterraneo: alla sua vivacità demografica, alle ricchezze energetiche e alle domande alimentari che lo attraversano. È quindi Expo il più rilevante incentivo al concorso di forze nella città intelligente, anche dal lato delle opportunità economiche.

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