Tra Emma Marcegaglia e la cassiera dell’Esselunga

Nelle stesse ore in cui una donna, Emma Marcegaglia, viene designata quasi all’unanimità alla guida di Confindustria, a un’altra donna viene infilata la testa nel water sul posto di lavoro perché ha denunciato di essere stata costretta a farsi la pipì addosso alla cassa di un supermercato Esselunga perché il permesso di andare al bagno le è stato negato dai suoi superiori.
È questa la “modernità” che il mercato del lavoro italiano riserva alle donne. Mercato del lavoro le cui cifre distintive sempre più sono precarietà e bassi salari ed in cui le donne sono tra coloro che se la passano peggio. A fronte di un aumento dell’occupazione femminile registrato dall’Istat nel 2006 che ha portato le donne occupate al 34,9% del totale (ancora lontane dalla media europea del 44,4% mentre l’obiettivo di Lisbona prevederebbe il raggiungimento, nel 2010, del 60%), le donne occupate registrano percentuali di instabilità contrattuale maggiore dei colleghi uomini.

Tra i collaboratori e i tempi determinati, infatti, la presenza della componente femminile risulta decisamente superiore a quella maschile: è donna il 57,1% dei co.co.co e co.co.pro. Il dato della maggiore precarietà ha portato ad una trasformazione del modello prevalente di partecipazione delle donne nel mercato del lavoro: non più alternativo nella scelta tra lavoro e famiglia, né alternato in relazione ai periodi della vita, ma di tipo cumulativo: si cumulano i ruoli (di madre e di lavoratrice) in modo stabile, ma il peso della loro conciliazione ricade interamente sulle donne. L’investimento in politiche della conciliazione è il fattore che ha portato molti paesi europei a veder crescere il tasso di natalità insieme al tasso di occupazione femminile, invertendo un trend che dal dopoguerra andava in senso contrario.
Al dato della maggiore precarietà si somma quello dei differenziali retributivi: secondo l’Istat le donne guadagnano 10% in meno dei colleghi uomini a parità di altre condizioni, ma studi a campione suggeriscono che il differenziale potrebbe essere più alto. Le ricerche di due giovani economiste (Casarico e Profeta) mostrano che solo una parte del differenziale si spiega per ragioni “oggettive” (maggiori assenze, permessi, maternità,…) il resto è pura discriminazione.

Questi dati sono paradossale se si considera che le donne (come i lavoratori immigrati) sono mediamente più scolarizzate dei colleghi uomini. È ormai noto da tempo (si vedano i rapporti Almalaurea) che le ragazze finisco prima, meglio e in maggior numero gli studi universitari ma in molti casi l’inserimento nel mondo del lavoro sottoutilizza le competenze ed il potenziale delle donne. Si tratta di una forma di “brain waste”, uno spreco di cervelli, che si riscontra anche nel lavoro degli immigrati: ovvero donne e immigrati risultano essere mediamente più istruiti e allo stesso modo sottovalorizzati nei percorsi professionali. Non si tratta soltanto di un drammatico problema di equità e, ma come alcune economiste osservano da tempo, anche di un problema di efficienza che (anche solo per questo!) dovrebbe preoccupare il mondo politico ed economico.

La riflessione da fare è quindi duplice: da un lato c’è un problema nella relazione tra prestazione lavorativa delle donne e retribuzioni, tra livelli di scolarizzazione e instabilità del lavoro femminile (senza arrivare ai casi di mobbing e maltrattamenti che riguardano le donne in percentuale maggiore degli uomini). Ma c’è anche un problema che gli economisti definirebbero di “efficienza”: ovvero l’alto potenziale (sia in termini di qualità sia in termini di quantità di lavoro prestato) non si “valorizza” nel mercato del lavoro. E questo non è un problema solo per le donne.

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