Tajani: «Sinistra prendi sul serio gli avversari, progetta il futuro»

Anzitutto, un’avvertenza: su Cristina Tajani, candidata de la Sinistra l’Arcobaleno tra le file di Rifondazione comunista, non lasciatevi ingannare. Nemmeno da lei. Le mancano nove mesi ancora prima di entrare negli “enta” ma Cristina, chi la conosce lo sa, è una “tosta”. Anzi tostissima. Come sono oggi molte e molti della sua età, che “non si vedono”. D’altra parte, non lasciatevi ingannare neanche dal curriculum: maturità classica con 60 sessantesimi, laurea in discipline economiche e sociali alla Bocconi con Giorgio Lunghini, funzionariato in Cgil presso la Camera del lavoro di Milano a ventiquatr’anni sulle politiche di contrattazione e di flessibilità, dottorato in scienza del lavoro alla Statale, contratto di ricerca (a concorso) presso la stessa, innumeri articoli pubblicati da testate specialistiche e non, diversi saggi già in libreria. Ma Cristina resta Cristina e non vive sui libri. La realtà del lavoro, la società, la politica a lei piace viverle, appunto. E la politica, non solo nelle stanze di partito. Per quanto sia una giovane comunista che già siede dal congresso di Venezia nel Comitato politico nazionale del Prc, lo è in forza di un’esperienza maturata nella stagione dei movimenti, nei primi anni 2000. E venerdì, quando in quel Cpn è stata annunciata e varata la sua candidatura al Parlamento, la si poteva osservare piuttosto in ansia.

Allora, Cristina: come l’hai presa?
Be’, la cosa è stata improvvisa e inaspettata. Intanto, ho dovuto decidere in poco tempo. Mi ha provocato emozione, naturalmente. E anche un po’ di confusione: per i miei progetti in corso, essenzialmente per l’iter universitario, di ricerca, che sto svolgendo. Poi, dopo l’annuncio, mi sono giunti molti messaggi e molte mail di incoraggiamento alla candidatura, anche da persone che non mi conoscono personalmente. Quindi capisco che in quella scelta c’è soprattutto qualcosa che va oltre me stessa. Sto ancora elaborando…

Su l’Unità , da candidata, ti hanno già definita «l’anti Ichino». Ti ci riconosci?
Non mi piace affatto, questa formula. Anche perché lavoro nello stesso dipartimento di Pietro Ichino, lo conosco e lo stimo personalmente. Non penso proprio che una scelta politica possa qualificarsi come “anti” qualcuno. Le posizioni possono essere divergenti, certamente ce ne sono di Ichino che io non condivido, comunque distanti dalle mie. Ma appunto le posizioni politiche non si costruiscono contro le persone, bensì per realizzare obiettivi. Così, almeno, vivo e sento le mie.

A proposito di sentire: ti senti più donna economista o più donna politica? Dico adesso, soprattutto. Cioè: Cristina Tajani, che vuoi fare tu nella vita?
(Ride) Mi sento che vorrei fare qualcosa che… che tenga insieme le due cose. Mi pare che Claudio Napoleoni una volta abbia detto che non avrebbe mai provato interesse per un problema teorico che non avesse avuto implicazioni politiche. Cioè sull’assetto della società. Lui vedeva la politica così, come ricerca delle possibilità di liberazione delle donne e degli uomini. Vorrei provarci anch’io, ecco.

Una cosa così, insomma… Però, nel tuo passato, è cominciata prima la teoria o la militanza?
La passione politica è cominciata quando ero adolescente a Terlizzi, lo stesso paese di Nichi.

Naturalmente, Vendola.
Vendola, naturalmente. Quindi avevo un modello, diciamo…

Diciamolo pure. Tornando alla Cristina economista e studiosa del lavoro, è questo il tuo sguardo privilegiato sulla proposta elettorale della Sinistra, che interpreterai da candidata?
Credo che il progetto e anche il programma della sinistra dev’essere a tutto campo. Se non altro perché si trova di fronte a progetti a tutto tondo, da parte della destra liberista e populista e anche e soprattutto da parte del Partito democratico. Insomma se vuoi competere devi farlo su tutti i settori: in economia e sul lavoro come sulle liberalizzazioni dei servizi, come sui diritti. A partire, ovviamente, da tutti i soggetti che vuoi rappresentare.

E come rappresentare le lavoratrici e i lavoratori?
Affrontando la battaglia della precarietà, anzitutto. E badando ad intendere i lavoratori precari non come caricatura, come invece spesso facciamo. Parlo della riduzione della precarietà alla rappresentazione tipica del precario “sfigato”… No, dobbiamo mettere in campo una diagnostica più seria e più comprensiva delle strategie di vita effettive. Seguirle e proporre così risposte generali.

Quando parli di generalità, parli di risposte che vadano anche al di là della sola sfera lavorativa?
Dico che la risposta non è soltanto legislativa. Certo, io ti dirò che sono per l’abolizione della legge 30; ma penso che non basti a risolvere il problema. Che per un verso sta nella produzione stessa: perciò va riqualificata, a livello di sistema-Paese. Ma dall’altra parte il problema sta anche in un ridisegno del welfare, che abbandoni un modello puramente lavorista. Senza, non c’è risposta sufficiente alle precarie e ai precari. Alle orecchie più ostiche al reddito di cittadinanza, vorrei dire: e va bene, ma perché gli assegni familiari vanno soltanto ai lavoratori assunti? Ai subordinati e agli altri no? O la malattia, che pure in Paesi nordeuropei non è affatto riconosciuta ai soli “regolari”?

Quanto al programma elettorale dell’Arcobaleno, la proposta di reddito sociale che vi compare come ti sembra?
Penso che è un buon passo avanti. Intanto, c’è un fatto: ed è che la Sinistra Arcobaleno ha assunto il tema del reddito. Poi si può e si dovrà lavorare a definire compiutamente la proposta, a elaborarne i dispositivi tecnici. Ma intanto posso dire che mi ci riconosco, finalmente.

Movimenti: tu senti di far parte, al di là delle vicende politiche sopraggiunte nel frattempo, della generazione di Genova?
Politicamente, la mia generazione è quella. Quel luglio 2001 e quel che ne è seguito è stata d’altra parte la prima esperienza di partecipazione diretta e protagonismo per quelli come me, che sono nata nel 1978. Ma c’è già una generazione post-Genova, ormai.

La sinistra: quella arcobaleno, unitaria e plurale, per cui sei candidata, è come la vorresti tu?
La costruzione del soggetto unitario io la sento come una sfida aperta. Una sfida che richiede a tutte e tutti di fare un passo indietro dalla propria rispettiva identità. Per accogliere tutte e tutti quanti le servono e cui vuole servire, questa sinistra dev’essere un contenitore nuovo. Che dia una scossa a tutto il quadro politico.

Secondo te è un bene o un male, in questo senso, che l’unità dei quattro partiti si sia realizzata con le elezioni anticipate?
Per capirci: non ero tra coloro che si auguravano la caduta del governo. Ma la sfida elettorale può essere utile, ad una condizione essenziale: se cioè noi non crediamo che quanto stanno costruendo altri sia solo facciata mediatica. Io penso che anche il Pd sia un vero fatto politico, importante. Ed è proprio perché competi con un soggetto importante, tu devi, anzi sei vincolato a costruire un progetto politico e di società.

Last but not least: come vivi tu il tuo essere sociale e politico, da donna?
Ti rispondo con un dato: le donne che finiscono l’università e fanno il dottorato sono in percentuale molte di più, ma tra i professori ordinari le donne sono solo il 18 per cento. E in politic non è molto diverso. Apprezzo lo sforzo fatto dal Prc per la parità dei sessi nelle candidature, per l’alternanza uomo-donna nelle liste: ma anche a sinistra c’è da lavorare ancora molto.

Liberazione – Domenica 2 marzo 2008

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