Alemanno sindaco di Roma: è davvero tutta colpa di Rutelli?

Giornalista e Dottore di Ricerca in Studi Politici. Perché abbiamo perso Roma? Come è potuto succedere? Era una sconfitta inevitabile o abbiamo delle responsabilità da assumerci? Quali sono le colpe che dobbiamo riconoscere a noi stessi, come centrosinistra romano e, nello specifico, come Sinistra Arcobaleno? E quali, per contro, i meriti di un avversario infaticabile e sorprendente come Gianni Alemanno?

Ci vorranno molti mesi per rispondere a queste domande con la dovuta lucidità. Solo il tempo, infatti, potrà consentirci di scremare le riflessioni di queste ore da due ingredienti che ancora rendono nebulose le analisi.
Uno è la rabbia verso quella parte della città che non ha avuto paura di premiare una proposta politica così palesemente conservatrice, una rabbia che ci fa scivolare dall’analisi politologica a quella sociologica e ci fa sconsolatamente registrare la “torsione a destra” quasi antropologica e fisiologica degli italiani e, inevitabilmente, dopo “quindici anni di resistenza”, anche dei romani. Poi c’è l’auto-assoluzione e l’illusione di aver fatto davvero la migliore delle campagne elettorali possibili, con un unico particolare: abbiamo sbagliato il candidato, fin dall’inizio, ed era impossibile convincere i romani a votare con entusiasmo “un riciclato” o, come ha detto il compagno Andrea Alzetta alias Tarzan (primo degli eletti a Roma di Sinistra Arcobaleno a Roma con 2.031 voti) “un rappresentante della casta che farebbe bene a scomparire dalla scena politica”.
Tutta colpa del “vento di destra”, insomma. E, soprattutto, tutta colpa di Rutelli. Il ritornello di queste ore è questo, come se tutti avessero previsto che sarebbe davvero e inevitabilmente finita con un sindaco neo fascista in Campidoglio.
Tendo a rigettare entrambe queste ipotesi, peraltro con un certo fastidio, avendo condotto la campagna elettorale all’interno del Comitato Rutelli e non avendo mai avuto il piacere di veder avanzate queste perentorie tesi prima e non dopo la chiusura delle urne.

Certo, non escludo che queste due variabili abbiano avuto il loro peso nel determinare l’esito del ballottaggio del 27 e 28 aprile. Non lo escludo perché i dati empirici ci dicono due cose molto chiare che, pur da “rutelliana convinta”, non intendo negare.
La prima: Rutelli non è stato un candidato così forte da vincere al primo turno come in molti, sia a destra che a sinistra, credevano a inizio campagna elettorale. E il centro sinistra romano ha sottovalutato la possibile portata catastrofica di un risultato nazionale ben lontano dal mitologico “pareggio o quasi” raccontato con sicura insistenza da Walter Veltroni (ex sindaco di Roma, prima che sindaco d’Italia) in due mesi di campagna elettorale, fino a farsi sfuggire l’importanza di chiudere la partita al primo e non al secondo tempo. La seconda: il “vento di destra” è stato, per contro, così travolgente da spazzare via 246.621 voti tra il primo e il secondo turno, finiti nel gorgo dell’astensione, e da vanificare i ben 83.776 in più che Rutelli aveva su Alemanno alla fine del primo round elettorale, ribaltandoli in più 106.753 voti di scarto tra Alemanno e Rutelli al secondo turno. Un abisso, in termini percentuali: oltre 53% per Alemanno contro un magro 46, 3% per Rutelli. Voragine meno impressionante, però, in termini assoluti: Alemanno è sindaco di Roma con 783.225 voti; Rutelli al primo turno ne aveva presi 761.126 (non molti in meno delle liste che lo sostenevano, a differenza di quello che qualcuno aveva insistentemente scommesso in campagna elettorale: solo lo 0,8% degli elettori, al primo turno, ha disgiunto il voto). Per vincere al secondo turno “bastava” mantenere i voti del primo turno e convincere altre 23 mila elettori.
Ma quella del ballottaggio non è una partita che si gioca con la calcolatrice. E, piuttosto che concentrarsi sui calcoli, bastava forse solo essere un po’ meno sicuri di vincere (lo eravamo tutti, dal primo giorno, compresi gli anti-rutelliani dell’ultima ora. Lo dicevano i nostri manifesti: Rutelli, la scelta sicura). Bastava giocare senza la certezza di avere il risultato in tasca e senza sottovalutare l’avversario. E avrebbe aiutato di certo fare una campagna elettorale più generosa. Tutti: dal candidato sindaco, ai dirigenti, ai militanti. Meno divisioni, meno distinguo, meno spocchia. Maggiore responsabilità e maggiore capacità di leggere e dialogare con il territorio: il giornalaio, il vicino al bancone del bar, il passeggero della metropolitana accanto a noi, la signora che al mercato rifiuta il tuo volantino e prende quello di Alemanno senza problemi. È questo il terreno su cui ha vinto Alemanno e, a fattori invariati, avrebbe vinto anche su Zingaretti, Melandri, Gentiloni e su tutti gli altri nomi possibili che si sono fatti come candidato a sindaco di Roma.

E allora ecco una lista delle cose che ho visto in due mesi di campagna elettorale e che non avrei voluto vedere, in ordine sparso:

una campagna elettorale di Rutelli partita presto (a febbraio) e bene, con una fase di ascolto attivo molto convincente, sugli autobus, con le passeggiate nelle periferie, tra i negozianti e per le piazze. Una campagna centrata su un Rutelli nuovo, che annullava il Rutelli “vecchio e già visto” e che guadagnava in popolarità proprio grazie alla netta presa di distanze dal Rutelli vicepremier e Ministro, rappresentante della “casta” delle auto blu e dei privilegi, combattuta frontalmente dall’antipolitica catalizzata da Grillini e dalla lista Grillo. Quanto è durata questa fase, però? Pochissimo. Due settimane in tutto. Per poi fermarsi, improvvisamente e mediatizzarsi irrimediabilmente nella prima metà di marzo, il momento in cui più forte è stata la convinzione di farcela al primo turno. Rutelli ha interrotto i tour nei municipi e iniziato gli incontri a tema, le partecipazioni ai convegni, le assemblee con i rappresentanti delle categorie. Tutti strumenti efficaci per puntualizzare meglio gli impegni di programma, certo, ma fuori sincrono rispetto alle mosse del suo opponent, che intanto stampava un quotidiano free press con cui raggiungeva ogni mattina centinaia di pendolari, organizzava in modo sistematico la sua presenza nelle radio romane (con Luca Barbareschi a microfoni aperti ogni sera su Radio Radio, emittente molto ascoltata e “trasmessa” dai tassisti romani) e non mancava un volantinaggio nei mercati e un’inaugurazione di comitato nella più sperduta periferia urbana. Insomma, l’ondata popolare di Rutelli si è ritratta e il candidato sindaco è stato poco tra la gente. L’ha raggiunta in modo virtuale, tramite le trasmissioni a telefonate libere da casa sulle emittenti locali Roma Uno e TeleRoma 56, in cui è stato perlopiù impeccabile, come sempre quando si avventura in questo genere di cose. Ma questo non è stato sufficiente;

una campagna elettorale della Sinistra Arcobaleno mai decollata. Anche questa cominciata benissimo, con il city tour sulla casa con Fausto Bertinotti, concluso con un bagno di folla a piazza Don Bosco, nel cuore di Cinecittà. Quella stessa Cinecittà dove però, dopo aver eletto Sandro Medici presidente di Municipio, non abbiamo saputo insistere e dove Alemanno al secondo turno ha vinto 51,49% contro 48,51%. Perché la Sinistra Arcobaleno non ha saputo agire compatta in questi due mesi? La risposta che mi sembra più veritiera è anche la più semplice: perché la Sinistra Arcobaleno a Roma non è mai esistita. Perché i Verdi che nel 2006 erano una forza del 4,8% sono ridotti al lumicino e, dietro alla triade Bonelli – De Petris – Cento, non hanno più una base né un’organizzazione territoriale in grado di reggere una campagna elettorale; perché i Comunisti Italiani (1,5% nel 2006) hanno vissuto – come ovunque sul territorio nazionale – più l’esigenza di smarcarsi dal Prc che quella di affermarsi nel nuovo soggetto unitario (basti pensare allo slogan del segretario cittadino, Fabio Nobile, candidato in consiglio comunale: Un comunista al comune). Infine e, forse, soprattutto, perché i tempi non hanno consentito una fusione autentica tra le due forze maggiormente persuase dal progetto politico unitario di Sinistra Arcobaleno: Rifondazione Comunista e Sinistra Democratica. Era la Federazione del Prc di via Squarcialupo, di fatto, l’epicentro organizzativo della campagna elettorale della Sinistra Arcobaleno a Roma e questo ha generato un malessere malcelato nelle fila dei compagni di Sinistra Democratica, che hanno però dimostrato capacità di penetrazione sul territorio in alcuni casi maggiore del Prc, alla conta delle preferenze. Gemma Azuni e Massimo Cervellini, infatti, sono risultati essere rispettivamente seconda e terzo tra i più suffragati della lista al Comune di SA, con una somma dei voti maggiore rispetto a quella di Dante Pomponi e Paolo Carrazza (quasi 500 i voti di scarto). La mancata piena cooperazione tra PRC e SD, che hanno di fatto continuato a percepire se stessi come organi di partito separati lungo tutto il corso della campagna elettorale, ha dimezzato la forza motrice del soggetto unico SA e non ha frenato l’emorragia di voti che anche a Roma c’è stata rispetto alla precedente tornata elettorale (con Rifondazione, da sola, al 5,4 % e, come già detto, i Verdi al 4,8 % e il PDCI all’1,5 %; senza poter calcolare su base percentuale il peso di SD, fortissima in alcuni municipi come il I);

un sodalizio tra la Sinistra romana e il PD che non è mai risultato solido fino in fondo. L’ambiguità del nostro rapporto con il candidato sindaco è stata legata almeno a quattro fattori:

il difficile quadro nazionale, di netto antagonismo SA-PD, antagonismo acutizzato dopo la batosta elettorale delle politiche e la cancellazione di SA dal Parlamento italiano, con un’emorragia di voti quantificata per il 50% come “in uscita verso il voto utile” al PD. Nonostante il tentativo da parte dei dirigenti di SA e PD di tenere ben separate le due partite elettorali, quella nazionale e quella amministrativa, è risultato comunque stridente per entrambe i bacini elettorali dei due schieramenti essere sollecitati da input diametralmente opposti: l’inutilità di ogni forma di apparentamento tra “sinistra radicale” e sinistra “riformista” sul piano nazionale e la pratica virtuosa del dialogo e della cooperazione sul piano locale;

la mancata formalizzazione del ticket Rutelli-Sentinelli, che non ha mai incrinato i rapporti personali e politici tra il candidato sindaco e “la candidata vicesindaco”, ma che ha irrimediabilmente mostrato una certa ambiguità del candidato sindaco, come se nel non chiarire in modo definitivo questo aspetto, nel non sbilanciarsi mai in via ufficiale su questa ipotesi Rutelli mostrasse una insicurezza relativa alla sua esposizione pubblica rispetto alla Sinistra Arcobaleno. La scelta, fin dall’inizio, è sempre stata quella di contraddistinguere la coalizione di centrosinistra come “pigliatutti” e per questa ragione non bisognava caratterizzarla troppo marcatamente. Rutelli ha forse sottovalutato l’effetto di rassicurazione che un sodalizio più ufficiale SA-PD avrebbe potuto avere sull’elettorato più “radicale”, così come ha certamente sottostimato la potenza che avrebbe potuto avere il fattore di genere se meglio valorizzato come garanzia di innovazione e di maggiore penetrazione rispetto all’improbabile duo tutto al maschile Alemanno-Cutrufo;

la mancata presenza di Rutelli nella campagna elettorale della Sinistra Arcobaleno, corretta solo “last minute” negli ultimi dieci giorni di campagna. Alle iniziative di Sinistra Arcobaleno Rutelli non partecipava, bensì “passava”. Scelta “bilaterale”, oggettivamente sintomatica di mancato coraggio da entrambe le parti. È stato così a borgata Finocchio, alla conclusione del tour di Sinistra Arcobaleno nelle periferie; è stato così all’inaugurazione della Casa della Sinistra a Testaccio; è stato così, infine, al comizio di chiusura del primo turno a Garbatella. Senza calcolare la totale assenza di iniziative Rutelli – SA nella campagna elettorale del secondo turno, centrata sulla conquista del voto moderato. Ma non dimentichiamoci il dato dei voti assoluti: Alemanno è sindaco di Roma con i voti di Rutelli al primo turno + 23 mila. Forse bisognava farq qualche sforzo in più e prendersi meglio cura dei quasi 70 mila voti di SA al primo turno che certamente non sono mancati in massa al secondo, come ha fantasiosamente teorizzato il sondaggista Crespi, ma che non è da escludersi che siano stati in parte risucchiati nel vortice astensionista e che forse, se meglio “accarezzati”, avrebbero potuto farsi maggiormente moltiplicatori sui territori e, in particolare, nelle periferie;

un imbarazzo eccessivo nei confronti di una candidatura “di movimento” come quella di Alzetta e una sistematica mancanza di contro-argomentazioni convincenti quando, pressoché quotidianamente, questa candidatura veniva chiamata in ballo dal centrodestra come vulnus della coalizione. Rutelli, preoccupato di rincorrere Alemanno sull’indistinto “stop alle occupazioni abusive”, non ha mai approfondito le ragioni di Action o, quantomeno, non ha mai pubblicamente ricordato che Tarzan e Action non hanno mai occupato case di privati, come ad esempio aveva fatto, se pur simbolicamente, il movimento del Blocco Precario Metropolitano di Emiliano Viccaro e Guido Lutrario, responsabile della contestatissima occupazione della Bufalotta. Allo stesso modo, Rutelli non ha mai ricordato ad Alemanno con grande efficacia l’esistenza, nell’area dei centri sociali vicini a La Destra di Storace (come il casa Paund), di movimenti di lotta alla casa non estranei alle occupazioni di stabili di proprietà di privati. Molto timida, a riguardo, è stata ad esempio la replica agli affondi di Alemanno su questo punto durante la puntata di Matrix del 25 aprile.

Ancora:

c’è stato un investimento e una investitura eccessiva e bocciata dalle urne sulle tre liste civiche a sostegno di Rutelli: Lista Civica Per Rutelli, Lista Under Trenta e Lista dei Moderati (rispettivamente: 2,7% – contro il 6,2 della Civica per Veltroni del 2006 – 0,7% e 0,5%);

c’è stata una esposizione tiepida del candidato sindaco, ma anche della Sinistra Arcobaleno, sul tema del lavoro precario e delle vertenze Ericsson Marconi e precari del comune. Nello specifico, il candidato sindaco ha grandemente sottovalutato il tema del lavoro in campagna elettorale, inseguendo Alemanno soprattutto su legalità e sicurezza, e la Sinistra Arcobaleno ha spesso preferito agitare rispetto al tema del lavoro e delle politiche sociali (suoi tradizionali punti di forza) soprattutto nella metà della sua campagna elettorale, il tema dell’emergenza rifiuti, tema “negativo” in quanto tradotto dai media nel “no agli inceneritori” – e non in una proposta politica di gestione innovativa del problema – insieme a un altro tema sentito come “poco concreto” dall’elettorato come quello della partecipazione;

è mancata un’alleanza strategica con alcune categorie produttive della città in grado di mobilitare un elettorato trasversale. La grande “alleanza mancata” è stata soprattutto quella con i negozianti e i piccoli artigiani, con cui in nome della critica allo sviluppo urbano incontrollato e al mostruoso proliferare di centri commerciali nelle periferie sotto la gestione Veltroni si sarebbe potuto stringere un sodalizio più organico – sullo stile del patto tra Alemanno e i tassisti – da trasformare in uno dei leitmotiv più aggressivi della campagna elettorale, in grado di tenere insieme conservazione (dei posti di lavoro dei commercianti “tradizionali”, ma anche dell’ambiente e dell’agro romano) e innovazione (scelta di un modello di sviluppo basato sulla qualità urbana).

È inutile, però, negare – sulla scia della marea di dichiarazioni “truccate” comparse sulla stampa all’indomani del voto – che la questione più pesante di tutte in questa campagna elettorale è stata una: è mancata la presenza organizzativa del Partito Democratico. La candidatura di Francesco Rutelli è stata decisa in modo canonico e arcaico: in nome del consueto patto d’onore di alternanza tra un candidato di area Ds e un candidato di area Margherita. Ma la competizione tra le due anime del Pd romano in questa campagna elettorale si è avvertita con tutta la sua insidia. Durante il primo turno il Pd romano è stato, da un punto di vista organizzativo, quasi interamente mobilitato a favore di Veltroni e non di Rutelli. C’è stato una sorta di “astensionismo” sul piano della mobilitazione da parte del Pd, rientrato solo nei dieci giorni di campagna elettorale tra primo e secondo turno. Rutelli non è stato sostenuto abbastanza dal suo stesso partito che lo ha candidato a sindaco e questo ha pesato sul piano dell’organizzazione e della capacità di spostamento del voto. Il sostegno “a scoppio ritardato” assicurato da Veltroni a Rutelli (la lettera ai romani dell’ex sindaco è partita dopo il 14 aprile e non prima) ha corrisposto alla “continuità a scoppio ritardato” che Rutelli ha riconosciuto al suo programma rispetto al sindaco Veltroni che lo ha preceduto e ha confuso la proposta politica e i messaggi che sono arrivati all’elettorato. Chi era davvero Rutelli: il sindaco del nuovo o il continuatore del vecchio? Il sindaco del dialogo a sinistra o l’amico di partito di quel Veltroni che ha affossato la sinistra in parlamento, cannibalizzandone l’elettorato?

Detto questo, non dubito sulla disciplina degli elettori de La Sinistra L’Arcobaleno e sono convinta che gran parte del nostro popolo è tornato alle urne. Ne sono convinta, anche in questo caso, sulla base dei numeri. Non solo Rutelli vince in due su quattro dei municipi governati da presidenti di Sinistra Arcobaleno: a Garbatella (XI), dove c’è il circolo più ampio e attivo di Rifondazione Comunista a Roma, con quasi 500 iscritti, e dove Rutelli ha avuto il miglior risultato al secondo turno: 51,66% contro 48,34% di Alemanno; e nel IX Municipio, a Prenestino-Tuscolano (50,36% contro 49,64%). Ma Rutelli vince anche nel I Municipio, dove Sinistra Democratica ha sempre mobilitato molti voti e dove SA ha avuto un ottimo risultato al primo turno (5,6%) e si afferma, anche se di misura, anche in VI e V, due “periferie rosse”, in cui SA al primo turno ha preso rispettivamente 5,3% e 5,1%. Rutelli passa anche nel II Municipio, a San Lorenzo; per intenderci, il Municipio dove si è svolta gran parte della campagna elettorale di Tarzan. La tesi della “vendetta” del nostro elettorato a danni del PD, insomma, non regge. I nostri voti, peraltro, sono numericamente insufficienti a convalidarla: Alemanno ha vinto di oltre centomila voti; noi a Roma ne abbiamo meno di settantamila.
Questo vuol dire che Rutelli avrebbe perso anche se, per assurdo, tutti gli elettori romani di Sinistra Arcobaleno fossero andati al mare. E poi se c’è un elettorato in cui è probabile che l’argomento antifascista largamente usato tra il primo e secondo turno abbia fatto presa è il nostro. Se ci sono stati 55 mila elettori che hanno votato Zingaretti e non Rutelli, con l’ipotesi che gran parte di loro, addirittura, abbia votato Zingaretti su una scheda e Alemanno sull’altra, sfido chiunque a pensare, oltre che a dimostrare, che fossero elettori di area “radicale”. Molto più probabile che questa “schizofrenia elettorale” abbia contagiato l’elettorato Pd o del centro moderato, certamente meno allergico al “pericolo neo-fascista” e più permeabile alle avances della nuova destra pseudo-moderata e della sua rassicurante ricetta tutta ordine sociale e tolleranza zero.